TERREMOTO/ Cronaca di un Natale dove le casette fanno acqua e i politici sono scomparsi

In gergo burocratico si chiamano Sae, Soluzioni abitative di emergenza. Molti italiani vi stanno passando il Natale, quasi dimenticati

26.12.2018 - Fabio Capolla
Soluzioni abitative di emergenza (Sae) nel Lazio. La foto è del febbraio 2017 (LaPresse)

In gergo burocratico si chiamano Sae, Soluzioni abitative di emergenza. Sono le casette del terremoto, quelle casette che, in questi giorni di Natale, sono diventate l’emblema di una ricostruzione che tarda a venire, di un quotidiano che diventa sempre più difficile.

Testimone simbolo è diventato quel bambino intervistato nel corso della trasmissione di Bianca Berlinguer, “Carta bianca”, dall’inviata Cinzia Torriglia. Un bambino a cui piace disegnare, che vorrebbe disegnare nonostante la mancanza di spazi in quella piccola casetta che è stata assegnata alla sua famiglia dopo che il paese di Muccia, in provincia di Macerata, è diventato una zona rossa. Disegna per terra perché non vuole disturbare la mamma che cucina occupando il tavolo. Ma non riesce a disegnare perché il foglio per terra si impregna d’acqua, quell’acqua che arriva da sotto il pavimento. Qualcosa di molto più grave della semplice umidità. Sono tante le casette abitative di emergenza che sono state invase dalla muffa, il cui legno si è deteriorato fino al punto in cui è impossibile viverci dentro. Così per molti è stato un nuovo trasloco, ancora più doloroso di quello obbligato dopo aver perso la casa a causa del terremoto.

Si cerca di rabberciare laddove possibile, per mantenere la gente in questi piccoli spazi che si vorrebbero far credere paese, che si vorrebbero far credere piazza, che dovrebbero mantenere alta una comunità. Ma non sempre ci si riesce. Così c’è chi emigra altrove. Quel bambino, neanche lui crede molto nel lavoro degli operai al punto che l’intervistatrice racconta che se il foglio in futuro si bagnerà ancora cercherà l’operaio e gli chiederà se è capace di fare il suo lavoro.

Tante volte è stato messo in evidenza il lavoro differente che è stato fatto dopo il terremoto del 2009 e il lavoro di quest’ultimo sisma. La gente non ne può più delle presenze dei politici, anche se ormai nessun politico ha il coraggio di tornare in quei luoghi a fare passerella come ha fatto in passato, prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento. Adesso sono tutti scomparsi. È rimasto giusto qualche sindaco, nei paesi più piccoli, che ha a cuore la sua comunità prima ancora come uomo che come politico. E ci mette la faccia, soffrendo insieme ai suoi concittadini. Ma anche lui non sa più  dove andare, a chi chiedere, perché tutto sembra bloccato da una burocrazia che si arrotola su se stessa.

Questo è il biglietto da visita del Natale 2018. Un Natale che nelle Marche è fatto di protesta, che in Abruzzo prepara una nuova campagna elettorale per eleggere il presidente della Regione, che nel Lazio guarda quasi esclusivamente solo ad Amatrice, che nonostante i disagi, i danni, le perdite, ha saputo creare un circuito economico che in mezzo a tutte le difficoltà riesce a tenere alto l’umore di tante famiglie. Degli altri paesi del Lazio nessuno si ricorda più neanche il nome. Cercate nella vostra memoria e provate se non ci credete.

Ma è Natale e non si può essere solo pessimisti. È un momento di nascita e di rinascita. Anche per chi ha vissuto il dolore, per chi ogni giorno convive con il disagio, per chi deve guardare a un futuro che non è, e non deve essere, uguale al presente. Qualche notizia positiva, ma ci mancherebbe altro, arriva dalla manovra che sta facendo il suo iter tra Senato e Camera. Chi deve restituire le tasse, perché l’Europa ha detto che vanno pagate altrimenti sarebbe aiuto di Stato, potrà rateizzarle in 10 anni. Chi ha un edificio distrutto o semidistrutto dal terremoto non sarà obbligato ad inserirlo nell’Isee e considerarlo un ulteriore reddito patrimoniale di famiglia. Ma c’è anche chi in questi giorni si è visto consegnare le bollette delle utenze domestiche nonostante da due anni sia fuori casa, nonostante i consumi siano pari a zero.

La gente di queste zone non ha la pretesa di chiedere di vivere felice e bene, chiede solo di essere felice in famiglia e avere tutti quei servizi primari che chi festeggia il Natale in queste ore neanche li considera, avendoli sempre a disposizione. Basti pensare a Pieve Torina, piccolo paese dove è andato in pensione l’unico medico. Non ce ne sarà un altro prima della primavera, anche in questo caso vince la burocrazia. Molti chiedono la presenza di un bancomat, ma è difficile se non impossibile in mezzo a casette provvisorie che cadono a pezzi riuscire a erogare soldi con un sistema tecnologico.

L’unica cosa bella, quindi, è che in questi giorni c’è una riscoperta vera e profonda di quella che è l’amicizia, di quella che è la famiglia. Le persone più care che si hanno intorno, parenti ed amici, diventano quel fuoco che scalda le giornate, che rende felici, che cancella per un attimo i problemi di ogni giorno, che forse fa riscoprire la vera essenza del Natale.

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