ERUZIONE ETNA/ “Il vulcano è con noi e ci sfida a fare da soli”

Dopo il terremoto, l’eruzione non fa più paura e la voglia di ripartire è tanta, condivisa dai feriti, dagli sfollati e dagli incolumi

29.12.2018 - Joshua Nicolosi
Eruzione dell'Etna
Etna, nuovo cratere a sud-est (Pixabay)

CATANIA — Le strade di Fleri se le ricordano benissimo svariate generazioni di catanesi. Le ricordiamo floride, in salute, fluide nel loro snodarsi lungo il corso di un paesino oggi quasi irriconoscibile. Le ricordiamo ancora prive di massi rovinosi e calcinacci cadenti che ostacolano il passaggio. E ci ricordiamo anche della macelleria Cavallaro, che da anni rappresentava un appuntamento immancabile per i locali e i visitatori, i viandanti e i residenti, desiderosi di godere di un’escursione alle pendici dell’Etna o semplicemente dei prodotti di ottima qualità. Dopo la maledetta notte tra il 25 e il 26 dicembre, di quella macelleria resta uno scheletro incrinato e le lacrime di chi non sa se e quando le rovine torneranno ad avere una forma. Il brontolio del vulcano non ha portato con sé soltanto danni economici e strutturali: ha intaccato una buona fetta di sentire comune, un patrimonio immateriale che sopravvive, adesso, solo nei ricordi di un passato radioso, tremendamente vicino eppure già piuttosto lontano.

La voglia di ripartire è tanta, granitica, condivisa dai feriti, dagli sfollati più disagiati e dagli incolumi. Tra qualcuno, però, serpeggia un altro tipo di istinto di rivalsa, un orgoglio ostinatamente contrario, o forse crudelmente realista. Lo sento materializzarsi in bocca a un ragazzo proveniente dal circondario di Acireale, zona coinvolta, seppur in maniera più lieve. Mi lascia inizialmente interdetto, ma poi, riflettendo un attimo, scorgo una pulsione vitalistica inaspettata. “Adesso che le passerelle sono finite – dice – possono tornare a fregarsene di noi”.

Si riferisce alla parata di figure istituzionali giunte in Sicilia per appurare lo stato dell’emergenza, è evidente. È sfiducia, certo. È quel sentirsi, abitanti di un’isola, perennemente esclusi, circondati dal mare e sopraffatti dall’avanzare inesorabile della storia. È la sicilitudine, come la chiamava Sciascia. Magari è solo una minoranza a lasciarsi andare a questo genere di scoramento verso la politica, e magari arriverà il giorno della smentita, il giorno in cui i siciliani potranno dire di essere di nuovo fiduciosi nel sostegno dello Stato.

Questo, noi tutti, non possiamo saperlo. Ma ciò che sappiamo e che possiamo dire è che questo senso di rabbia e di ingiustizia verso la sorte, verso gli eventi che sembrano spesso ostili, verso chi in passato non ha mantenuto le promesse, può risultare salutare. Sta lì, sulle spalle dei giovani e dei meno giovani, pronto a vincere una sfida secolare. Riuscire a rialzarsi con le proprie forze, prescindendo dal dubbio sostegno degli altri. Senza attendere che qualcuno, alla fine, si prenda i meriti.

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