IPOCRITA FARE IL PRESEPE/ Perché non ne siamo degni: ma Gesù è venuto anche per chi non lo accoglie…

Don Luca Favarin è un uomo che davvero dona la sua vita al prossimo. Per questo ha ammonito gli altri a non fare il presepe: non lo meritano

04.12.2018 - Renato Farina
Particolare di un presepe del Camerun esposto nel 2016 al Centro culturale Rosetum di Milano (LaPresse)

Non eravamo francamente preparati a questa sceneggiata abbastanza geniale, molto utile a sentirsi superiori rispetto al resto degli italiani. Ci mette tristezza, perché don Luca Favarin, diocesi di Padova, non è un prete da poco, è un uomo che davvero dona la sua vita al prossimo, non con le prediche e i messaggi, ma in  concreto: si dedica agli immigrati, ha costruito comunità che non sono assistenzialismo per africani nutriti e addestrati come allo zoo, ma luoghi dove si soffre e si spera insieme. Ma lo sapevano in pochi. Forse è il marketing della carità, che ha preso il sopravvento sul detto evangelico “non sappia la destra, ciò che fa la sinistra”. Lui lo fa sapere. Ed è certo che salvo lui e pochi altri in Italia i profughi e i migranti siano oggetto di una ostilità sistematica. Misura insomma con le sue spanne le coscienze altrui.

Ieri, infatti, don Luca è diventato famoso perché, da sacerdote, ha invitato ad abrogare il presepe, ha diffidato gli italiani dal preparare il giaciglio per Gesù Bambino. Dice che in Italia siamo razzisti, non accogliamo la gente, e dunque la famiglia di Nazareth quando dovesse giungere bisognosa il 24 dicembre, non troverebbe riparo, sarebbe respinta da noi, abitanti di Betlemme. Chi dunque prepara il presepe è un ipocrita, scrive con le statuine una menzogna.

Don Luca ha sostenuto gli stessi concetti che qualche giorno fa su Repubblica ha espresso Luca Bottura. Di solito chi dice e scrive queste cose si mette su un tetto da cui ammira e lascia che si ammiri la propria superiorità morale, si sostituisce a Cristo come giudice, pretende di incarnare l’Emmanuele che però era senza peccato e poteva perciò permettersi di additare i sepolcri imbiancati.

Ma don Luca chi è, quale ufficio certificatore diocesano o vaticano gli ha fatto l’esame della purezza del suo cuore? Non distrugga il presepe, neppure quello di noi cattivi.

Il presepe coincide con gli occhi di chi lo guarda: i bambini sanno che Gesù è stato rifiutato, che il potere cerca di ucciderlo, che finirà in croce. Però restano stupiti che Gesù venga lo stesso nel mondo. Il quale mondo non lo accoglie, come dice il Vangelo di Giovanni, ma Lui nasce comunque, se ne infischia di non essere accolto. Si prende questo rischio, per salvare anche chi lo rifiuta.

Negare Cristo, la sua presenza di bambino, anche nei simboli, non è nel diritto di nessuno. Perché il cristianesimo non è l’esito delle buone volontà di don Luca e della cattiva volontà del resto del mondo, ma è un fatto che c’è, perché c’è stato, e dura sorprendentemente nonostante la vergogna di mondo che continuamente contribuiamo a devastare con il non-amore.

Certo, il presepe impone un esame di coscienza. Ma prima ancora ci invita a rammentare che Dio è venuto e lo si può respingere, ma ostinatamente rinasce. Anche attraverso i gesti di don Luca, che sicuramente sono migliori di quelli della gente comune, ma hanno bisogno anch’essi di essere salvati da quel bambino che nasce. Forse don Favarin voleva semplicemente richiamarci proprio questo. Guai a guardare il presepe da sazi. Se non c’è un brivido, una sorpresa, un sussulto, il presepe è sprecato.

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