VIA FANI, RAPIMENTO DI ALDO MORO/ Domenico Ricci autista scorta: “nemico del popolo”? No, eroe del quotidiano

- Niccolò Magnani

Rapimento Aldo Moro, quarant’anni fa la strage della scorta di Fani: “nemici del popolo”? No, eroi del quotidiano. Gli omaggi e i ricordi di quel 16 marzo 1978: la “denuncia” di Testori

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Aldo Moro

Domenico Ricci era l’autista della scorta che perse la vita in Via Fani, solamente perché stava compiendo il suo lavoro di difesa del presidente della Democrazia Cristiana: è stato ucciso a 44 anni, trafitto da 7 proiettili sparati in testa mentre Aldo Moro veniva rapito e portato nel covo delle BR. A casa lascia la moglie Maria e due bambini; uno di loro si chiama Giovanni ed ha 11 anni quando assassinano suo padre (qui sotto l’odierna intervista al Sir). È bellissimo il messaggio di speranza e non di odio che proprio il figlio dell’autista di Moro ricordava in una recente intervista a Repubblica Tv, alla vigilia del quarantennale del rapimento di Via Fani: «Non dico mai che si è sacrificato né che è un eroe. Non si è sacrificato, perché l’adorava quel lavoro, era tutta la sua vita. Mio papà è un eroe del quotidiano, così come tanti suoi colleghi, ma così come tante di quelle persone che si alzano la mattina alle 4 per andare a lavorare in un panificio o nelle fabbriche». Un “nemico del popolo”, dicevano le Brigate Rosse; no, un eroe del quotidiano, un uomo come tanti che voleva bene alla sua famiglia e amava quel lavoro massacrante. Fino all’ultimo giorno. 

CAPO POLIZIA: “BRIGATISTI IN TV CHE PONTIFICANO…“

Quando detto dal capo della polizia fa impressione non tanto per l’accusa, ma per il coraggio di dire qualcosa di “scorretto” in un mondo in cui tutto va verso la “coerenza” e “il pol.corr.” di una società senza memoria perché senza ragione. La strage di Via Fani infatti non serve “celebrarla” se non si comprendono i motivi che hanno portato a quel rapimento, a quelle scelte brutali delle Brigate Rosse e a quella legittimazione culturale che in quegli anni aleggiava attorno alla “lotta armata contro lo stato corrotto” (vedi caso del Commissario Calabresi, altra vittima del clima d’odio allucinante come Moro). «Oggi noi dobbiamo ricordare chi stava dalla parte giusta e ha perduto la vita, e l’ha perduta nel nome di quegli ideali e di quei valori che questi delinquenti immaginavano di poter e di dover sovvertire. Credo che mai come in queste vicende – ha proseguito il capo della Polizia Franco Gabrielli – il linguaggio di verità e di chiarezza debba essere fatto». Secondo il n.1 delle Forze dell’Ordine questa mattina in Via Fani, i brigatisti erano delinquenti due volte perché «on solo uccidevano, rapinavano, non solo privavano agli affetti di mogli, figli, padri e madri, ma cercavano in una logica di morte di sovvertire le Istituzioni democratiche del Paese. Quelle Istituzioni che nella Resistenza e grazie alla Resistenza questo Paese aveva potuto in qualche modo avere. Questi signori pensavano che in nome di quella Resistenza dovevano sovvertire». Una Resistenza “rossa” intrisa di ideologia non serviva all’epoca di Aldo Moro in questo Paese e non serve nemmeno oggi: come si è visto nelle recenti manifestazioni “antifasciste” (o dovremmo forse chiamarle “sfasciste”, ndr) da Macerata a Torino fino a Piacenza, l’incitare alla morte dei poliziotti e dello Stato non c’entra nulla con la libertà, nulla con la verità e nulla con la salvezza personale. Prima lo capiamo e prima sarà decisivo l’educazione ragionevole e cosciente ai nostri figli che erediteranno questo nostro Paese… 

L’OMAGGIO DI MATTARELLA

Di primo mattino, alle ore 9 per ricordare l’esatto quarantennale della strage di Via Fani, il capo dello Stato Sergio Mattarella si è recato nel luogo del rapimento di Aldo Moro: lui, democristiano doc e “moroteo” che ricorda perfettamente quel suo amico scomparso due anni prima l’assassinio del fratello Piersanti. Le Brigate Rosse e la Mafia, due destini orrendi che si intrecciano in Mattarella e che questa mattina sono stati ricordati come minacce gravissime contro lo Stato, cioè contro le persone. Si è appena conclusa la cerimonia con gli altri rappresentati delle istituzioni che assieme a Mattarella hanno deposto una corona di fiori dai colori bianco, rosso e verde. Il capo della Polizia Franco Gabrielli, scambiando alcune parole con i cronisti, ricorda come «vi è nella nostra società oggi una sorta di perverso ribaltamento in cui si confondono ruoli e posizioni. Oggi riproporli in asettici studi televisivi come se stessero discettando della verità rivelata credo sia un oltraggio per tutti noi e soprattutto per chi ha dato la vita per questo Paese». Insomma, una bella tirata d’orecchie per chi tenta di “nobilitare” i brigatisti, magari dimenticano le vittime di Via Fani o lo stesso Aldo Moro, trucidati tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978.

LE DOMANDE DEL GIUDICE

Un giudice intervistato oggi da Tg Com24, Carlo Mastelloni – autore del libro “Cuore di Stato. Storie inedite delle Br, i servizi di sicurezza, i Protocolli internazionali” – parla ancora oggi di domande senza risposta sul caso Moro. «Per quanto riguarda l’universo brigatista, non credo fosse possibile che otto-dieci persone fossero le uniche che si trovavano lì. Non credo neanche a un legame tra il gruppo operativo e la criminalità organizzata, che è uno dei falsi misteri», spiega il magistrato che per anni ha lavorato ai casi di terrorismo nero e rosso nel nostro Paese. «Non credo nemmeno al mistero del famoso colonnello Guglielmi, impiegato nei servizi come ufficiale dei carabinieri per vigilare addirittura sul buon esito del sequestro. Questo è stato uno dei più colossali fraintendimenti che siano avvenuti: Guglielmi avrebbe dovuto vigilare sull’uccisione dei suoi stessi compagni di viaggio carabinieri? Oltretutto conosceva Moro: gli era capitato di incontrarlo più volte durante le passeggiate che lo statista faceva al Foro Italico. Siamo di fronte alla necessità di discernere quelli che sono i buchi reali da quelli presunti che servono solo a vendere libri», conclude Martelloni. 

TESTORI E LA “REALTÀ SENZA DIO”

Le 9.02 del 16 marzo 1978: la storia d’Italia cambiò forse davvero per sempre, con un input tanto importante che è paragonabile forse solo al periodo terribile della guerra. Aldo Moro in Via Fani venne prelevato dalle Brigate Rosse e cinque uomini della scorta trucidati senza ritegno e senza pudore. Pochi giorni dopo, uno dei maggiori scrittori e intellettuali italiani come Giovanni Testori scrisse sulle colonne del Corriere della Sera un coraggiosissimo e illuminante editoriale dal titolo “La realtà senza Dio”. Con incredibile “anticipo” sulla realtà che stava per sorgere da quel rapimento in poi (e leggendo un contesto che potrebbe tranquillamente essere attuale anche oggi nel 2018), scrisse così: «dove può mai giungere una società che intenda spiegar tutto politicamente, tutto politicamente decifrare (senza peraltro riuscirvi) anche e proprio nel momento in cui il cumolo degli errori, delle responsabilità, delle vergogne e dei tradimenti (e, primo fra tutti, il tradimento dell’anima) suona i suoi cupi e fatali rintocchi? Quando questi rintocchi annunciano contemporaneamente la povera morte di alcuni innocenti là, sulle strade che fin a poco prima sembravano calme e serene, e la morte morale della stessa concezione dell’esistenza, una concezione per cui dall’assalto allo Stato e dall’assassinio di cinque suoi figli non si riesce a cavare neppure un dubbio sulla sua reale capacità di consistere, anche solo storicamente e anche solo socialmente?».

La denuncia dell’orrore, del timore e dell’incastro fra politica e società, porta Testori a leggere tra le righe del rapimento di Aldo Moro in Via Fani un segno terribile del tempo che stava arrivando, anzi che era già pienamente arrivato. «L’uomo e la sua società stanno morendo per eccesso di realtà; ma d’una realtà privata del suo senso e del suo nome: privata, cioè, di Dio. Dunque, d’una realtà irreale. […] Affondare gli occhi nel nostro male tenendo presente il Dio che abbiamo lasciato o, quantomeno, il dolore d’averlo lasciato, non significa veder meno: significa vedere ancora di più; e significa, inoltre, non poter più usare la parola (quella parola che è appunto ciò che si fa carne) come menzogna; menzogna che è servita e serve per usare la carne; per colpirla, crivellarla e stenderla, assassinata, su una delle strade che avevamo costruito per il nostro bene e per la nostra vita».

GLI UOMINI LIBERI E GLI “INFANGATORI”

Era il 16 marzo 1978 quando un orrore in Via Fani mise fine alla vita di 5 uomini della scorta del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro: e pose le basi per la morte più “segnante” della storia della politica italiana (con il ritrovamento nella Renault rossa di Via Caetani il 9 maggio sempre 1978). Sei vite, ma uno sconvolgimento di molte, molte di più. Nei giorni del quarantennale della strage di Via Fani a Roma – dove ricordiamo morirono due carabinieri (Oreste Leonardi e Domenico Ricci) e tre poliziotti (Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi) – fanno ancora discutere le dichiarazioni di alcuni ex Brigate Rosse che misero a segno il “rapimento del secolo” e uccisero “gli angeli di Moro” in una fredda mattinata di fine inverno. Nasce tutto dalle dichiarazioni “ironiche” postate sui social da Barbara Balzerani, una ex brigatisti che fece parte del commando che si occupò di Aldo Moro: «Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?». Una battuta non esattamente di spirito che ha suscitato polemiche a non finire, con la stessa Balzerani che avrebbe poi aggiunto «che palle quest’intero processo mediatico da chi non è in grado di ricostruire i veri fatti storici». A lei replica con forza e piglio la figlia di Aldo, Maria Fido Moro, in un video divenuto virale: «Che palle il quarantennale lo dico io, non i brigatisti. E non Barbara Balzerani. Io posso lamentarmi del quarantennale. Io che non l’ho provocato ma l’ho subito. E ho il titolo per dirlo. Anche solo per la semplice ragione che mi dà dolore. Ma la signora Barbara Balzerani non può dirlo perché lei è tra coloro che l’hanno provocato. E, quindi, si tiene i risultati di quanto messo in atto».

IL NIPOTE: “ERA UN UOMO LIBERO”

Al dolore e le polemiche dettate anche da altri freddi “comportamenti” di chi fu colpevole di quella strage (e di quei mesi di Italia messa in ginocchio), fa da contraltare il ricordo e la fatica nostalgica di chi ha perso un padre, un nonno, uno zio in quei giorni terribili e che oggi prova a testimoniare non un odio ma un pensiero “propositivo” alle nuove generazioni che a fatica sanno chi è Aldo Moro. Renato Moro, nipote dello statista e docente di Storia Contemporanea all’Università Roma Tre, in una intervista all’Avvenire ricorda su tutto la libertà che sul suo zio seppe testimoniare con il “martirio” della sua vita. «Se Moro è ricordato in Italia e nel mondo è per il suo rapimento. L’immagine più diffusa resta quella con dietro la stella a 5 punte della Brigate Rosse. In parte era inevitabile. Ma oggi, a 40 dalla sua tragica fine, con tutta la necessità che ancora c’è di conoscere quel che sia davvero accaduto in quei 55 giorni, è inaccettabile che questi possano fagocitare quasi 62 anni di vita. È arrivato il momento di restituire a Moro la sua voce, la sua vita». Un padre costituente, un uomo impegnato per il bene del suo Paese e la promessa del bene comune in politica: un uomo libero «che con la sua lezione del compromesso come condivisione mise un argine alle ideologie», che proprio per questo, infatti, lo vollero fuori dai giochi.

IL FIGLIO DELL’AUTISTA E IL PASSATO RICONCILIATO

Renato Moro non è l’unico “erede”, ovviamente, a parlare nell’anniversario del quarantennale della strage di Via Fani: fa impressione però vedere come anche Giovanni Ricci, figlio dell’autista di Moro (ucciso anche lui come il resto della scorta quel tremendo 16 marzo 1978) abbia quello “sguardo” libero dall’odio e non per questo allora più “superficiale” o “banale”. «Ho incontrato Valerio Morucci, che ha ucciso mio padre. E poi Franco Bonisoli e Adriana Faranda. È successo nel 2012. Ho voluto confrontarmi con loro. Ho voluto un passo in avanti. Nei terroristi non ho più visto il mostro ma delle persone. Ho guardato i loro occhi, le bocche, le voci. Questo mi ha permesso di riconciliarmi col passato», spiega in una bella intervista all’AgenSir. La vendetta però è arrivata non tanto per una “convinzione personale” ma in forza di un bene sorto dallo sguardo dei suoi di figli: «La molla è scattata nel 1996 quando “è nato mio figlio. In quel momento mi sono fatto una domanda: ‘Ma lui se dovesse conoscere i figli dei terroristi, la vendetta sarebbe la cosa giusta?’. Lì ho avuto la scintilla. Dovevo cambiare. Non potevo continuare a distruggermi. Dovevo vincere l’odio e la rabbia, il mostro dentro l’armadio».

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