CARCERE/ Più lavoro per chi è dentro: finalmente una riforma che dà un merito a chi resta fuori

Il nuovo ordinamento non è un “salva-ladri”. Dà la possibilità di accedere a misure alternative che abbattono la recidiva. E vuole favorire studio e lavoro dei detenuti. WALTER IZZO

17.03.2018 - Walter Izzo
carcere_detenuti_1_lapresse_2017
Foto LaPresse

Il Governo ha approvato la riforma dell’ordinamento penitenziario. La decisione è stata presa dopo gli inevitabili rinvii per motivi elettorali e dovrebbe superare senza danni un altro passaggio parlamentare. Duecento esperti hanno lavorato per circa due anni a supporto del ministro Orlando, per una riforma che arriva quarant’anni dopo la precedente e vari richiami dell’Europa per lo stato dei detenuti.

Ma di cosa si tratta? Di un provvedimento “salva-ladri” e “svuota-carceri”, come hanno subito tuonato l’aspirante premier Salvini e qualche grillino eternamente in campagna elettorale? In realtà, il decreto attuativo dà la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere anche a chi ha un residuo di pena fino a quattro anni, ma sempre tramite la valutazione del magistrato di sorveglianza. In particolare, il giudice dovrà valutare il comportamento tenuto dal detenuto (se ha studiato, se ha lavorato) e potrà concedergli misure alternative alla detenzione, centrate sul lavoro e sul principio del risarcimento alla collettività del danno a suo tempo procurato.

Dichiara il ministro guardasigilli: “Si tratta di una misura che punta ad abbattere la recidiva: abbiamo una delle recidive più alte d’Europa”. In effetti, dalle statistiche emerge che per chi espia la pena in carcere vi è recidiva nel 60,4 per cento dei casi, mentre per coloro che hanno fruito di misure alternative alla detenzione il tasso di recidiva è del 19 per cento, ridotto all’1 per cento per quelli che sono stati inseriti nel circuito produttivo. In altri termini: magari si “svuotassero” le celle! E si riempissero le aule e i laboratori, in carcere, per imparare un mestiere e lavorare, una volta usciti su parere positivo di un giudice.

Commento a caldo le prime notizie della riforma con due amici di una cooperativa sociale. “Finalmente si muove qualcosa, in un mare di bisogni estremi – interviene uno -: in carcere non hanno neanche la biancheria per cambiarsi…”.
“La biancheria?!”.
“Sì, mutande e maglie… Ormai buona parte dei detenuti sono tossicodipendenti ed extracomunitari, senza parenti che vengano a portar loro la biancheria di ricambio: se finiscono in cella d’estate, rischiano di avere addosso gli stessi indumenti l’inverno successivo e, a quel punto, hanno bisogno anche di un maglione o di una felpa”.
“Già – lo interrompe l’altro – ti ricordi quella volta che una catena di hotel ci aveva regalato centinaia di capi di vestiario in seguito al rinnovo delle divise del personale?”.
I miei due amici scoppiano in una risata. “Cosa c’è di divertente?”, chiedo.
“Abbiamo dovuto scucire per giorni le etichette ben in vista su ogni capo, col nome degli hotel e le cinque stelle della categoria… in cui non rientrava San Vittore!”.
“È un altro mondo, con gli agenti che sopportano a fatica quelli che son lì ad aiutare i carcerati”.
“Perché?”.
“Perché capita che le guardie si considerino discriminate rispetto ai detenuti! Un mio amico, che era riuscito a organizzare un corso di informatica, si era sentito dire: ‘Perché per loro sì e per noi no?’. E così la cooperativa ha dovuto organizzare un corso apposito per le guardie! Del resto, hai mai fatto caso a come è fatto il carcere di Opera? Lo si vede benissimo dalla Tangenziale ovest di Milano”.
Ci son passato mille volte. È un complesso di edifici grigi e tristi, collegati fra loro e circondati da un muro di cemento dello stesso grigio.
“In uno di quegli edifici vivono le guardie: sole, spesso con la famiglia in Meridione, isolate… È una vita, in un certo senso, da reclusi anche quella, trascorsa fra casa e lavoro… in due edifici simili e vicini… Una decina di guardie e una cinquantina di detenuti si suicidano ogni anno in Italia!”.
“Ma quanti sono i detenuti che lavorano in carcere?”.
“Meno del 5 per cento, se parliamo di un lavoro vero, dato da un committente esterno, che paga e pretende che sia fatto bene. Poi ci sono i detenuti che puliscono i corridoi, che spingono il carrello dei pasti e compiti simili, utili per poter uscire di cella qualche ora, spesso a rotazione. Così, fra l’altro, si gonfiano le statistiche ufficiali di quelli che lavorano”.
“E lo studio? – intervengo -. La riforma pare lo voglia favorire”.
“C’è bisogno di tutto, dai corsi di avviamento al lavoro a quelli per imparare a leggere e scrivere. Il 95 per cento dei carcerati ha frequentato, al massimo, la terza media!”.
È un dato statistico, ma per me è anche un pugno nello stomaco: il carcere è una discarica per cattivi e ignoranti. O forse è un posto destinato a molti che nascono e crescono ai margini della società: che meriti ha chi ne resta fuori?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori