Sequestro Moro in via Fani, lapide imbrattata/ La figlia Maria Fida: “Lo stato fa finta da 40 anni”

- Niccolò Magnani

Roma Via Fani, scritta Br sulla lapide che ricorda il sequestro di Aldo Moro: nuovo sfregio sul memoriale monumento per le vittime della scorta. “Figli dei Br mi hanno chiesto perdono”

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Insulti alla scorta di Moro lo scorso 21 febbraio 2018 (LaPresse)
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Continuano le reazione al grave atto di oggi, quando è stata imbrattata la lapide celebrativa di via Fani in memoria della morte di Aldo Moro e della sua scorta. Fra le tante voci che si sono fatte sentire in queste ore, anche quella di Maria Fida Moro, la primogenita dell’ex presidente della Democrazia Cristiana. Attraverso una nota, ha esternato tutto il proprio malumore per quanto accaduto: «Gli ex Br trattati come eroi nazionali – afferma – in una grottesca edizione a fumetti, fino a consentire loro di insultare le vittime, sono la diretta responsabilità dello Stato che sembra fare finta di niente da quaranta anni». La figlia dello statista assassinato ha quindi proseguito: «Sia l’assenza di diffusione dei risultati dell’importante lavoro della Commissione d’inchiesta sulla morte di Moro, diffusione che tanto gioverebbe alla consapevolezza della realtà di tutti i cittadini, che la mancata applicazione della legge in favore delle vittime del terrorismo anche per mio padre, da parte delle istituzioni dello Stato, sono atti di ingiustizia che frantumano il tessuto sociale, creando dolore ed ulteriore ingiustizia». Quindi Maria Fida Moro ha chiosato sottolineando ulteriormente il proprio pensiero: «Se, invece, si sceglie di privilegiare pessimi esempi, non ci si può stupire degli inevitabili risultati dannosi. La legalità non dipende tanto dalle leggi quanto dal sentire ed ascoltare la voce del proprio cuore». L’atto è stato pubblicamente condannato da diversi esponenti di ogni forza politica, a cominciare dal sindaco di Roma, Raggi. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

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PARLA IL FIGLIO DI UNA VITTIMA

Nel giorno in cui la lapide in Via Fani viene imbrattata con scritta “Br”, il figlio di una delle vittime di quel tragico 16 marzo 2018 torna a parlare di quel sequestro e prova a gettare acqua sul focolaio della polemica. «Io ho incontrato alcuni figli e nipoti di brigatisti che hanno partecipato al sequestro Moro: hanno coscienza degli errori che hanno fatto i loro genitori e mi hanno chiesto anche perdono ma non sono i figli a dover pagare le colpe dei padri»: a spiegarlo è Giovanni Ricci, figlio del carabiniere autista della scorta di Aldo Moro, Domenico Ricci. Ha incontrato in questi giorni di memoriali e forti polemiche per le dichiarazioni di Barbara Balzerani e altri ex Br: nonostante quanto successo poi anche questa notte con la stele imbrattata da alcuni teppisti, il figlio del carabiniere trucidato dalle Brigate Rosse trova il coraggio di spezzare una lancia per quei parenti che non c’entrano con le colpe infami dei padri. «Hanno coscienza degli errori madornali che hanno fatto i loro genitori nel violare la vita umana e hanno diritto di vivere una vita normale: hanno apprezzato molto le parole di distensione e di riconciliazione che io ho avuto nei loro confronti», spiega ancora all’Ansa il figlio di Ricci che poi puntualizza in maniera per nulla banale (specie in questi giorni convulsi in cui sembra essere tornati indietro di 40 anni), «Pur condividendo pienamente le parole di Gabrielli sulla differenza tra chi era dalla parte del male e chi del bene, io sto cercando disperatamente anche di marcare una differenza tra gli stessi brigatisti, tra chi ha ammesso le proprie colpe e gli irriducibili. Chi ha sbagliato è un assassino e tale rimarrà, ma chi afferma il fallimento di un’ideologia e ammette di aver fatto l’errore più grande della sua vita è da considerare in maniera diversa da chi ancora incita all’odio». 

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IL TERRORISMO È COMINCIATO CON GESTI ANALOGHI

Tutti indignati per le scritte sul monumento alle vittime della scorta di Aldo Moro, il cui 40esimo anniversario dell’eccidio è caduto proprio pochi giorni fa. Scritte fortunatamente già rimosse, come ha sottolineato in un post il sindaco di Roma. Pochi però riflettono veramente su quanto accaduto, alcuni addirittura definendole opera del “solito ragazzino che vuole fare il protagonista”. No, questi sono segnali ben precisi che un comunismo estremista potrebbe riprendere le armi in qualunque occasione, sono segno di un attacco allo stato, gesto criminale oggi come 40 anni fa. D’altro canto anche le Brigate Rosse avevano cominciato così, con gesti analoghi, ad esempio dando fuoco alla macchina di un manager d’azienda. E infine una domanda lecita: ok cancellarle, ma una telecamera in luoghi come questo il comune di Roma non può permettersi di metterla? Gli autori del gesto vanno individuati, è obbligatorio (Agg. Paolo Vites)

IL POST DEL SINDACO RAGGI

Dopo che negli ultimi giorni il Caso Moro era tornato all’attenzione generale non solo per via dell’anniversario della strage di Via Fani e per le parole dell’ex brigatista Barbara Balzerani, lo sfregio compiuto sulla lapide celebrativa inaugurata nella strada in cui l’ex Presidente del Consiglio fu rapito, e la sua scorta massacrata, ha indignato l’intero arco delle forze del mondo politico. Sin da quando la foto della scritta, vergata in rosso, ha fatto il giro dei media, una pioggia di reazioni ha definito come inaccettabile questo “oltraggio alla memoria” (Maurizio Martina, segretario reggente del PD), peraltro recidivo dato che già un mese fa era comparsa la scritta “Morte alle guardie” in nero e con accanto una svastica. Tra gli ultimi interventi si segnala anche quello della sindaca di Roma, Virginia Raggi: il primo cittadino della Capitale ha confermato tramite il suo profilo Twitter che la scritta è stata ripulita, grazie anche all’intervento degli uomini della Polizia di Roma Capitale, sotto la supervisione della Sovrintendenza, aggiungendo che il segnale che si vuole dare è che “le istituzioni non si piegano”. (agg. di R. G. Flore)

VIA FANI, GIA’ RIMOSSA LA SIGLA “BR”

È stata subito cancellata dall’amministrazione della città di Roma e dalle forze dell’ordine l’orrenda scritta Br apparsa sulla lapide della scorta di Aldo Moro: la stele in memoria della scorta ora è di nuovo ripulita, ma è al momento transennata in attesa che le forze dell’ordine diano il via libera alla riapertura ufficiale. Sono infatti in corso i vari rilievi del nucleo investigativo di Roma dei carabinieri per capire chi possa aver usato quella vernice rossa nella nottata per infangare la memoria del presidente Dc e delle vittime della scorta. Come ha giustamente scritto in una nota il parlamentare Pd Emanuele Fiano, il gesto di questa notte – che segue i precedenti sempre in Via Fani a febbraio e Modena il giorno del quarantennale dal sequestro – «è una mano criminale che ha imbrattato il monumento che ricorda le vittime dell’agguato di via Fani. Gesti scellerati che seguono parole irresponsabili pronunciate contro le vittime di una stagione di lutto e dolore». Secondo l’esponente dem, letteralmente infuriato per quanto capitato oggi a Roma, «Imbrattare i nomi delle vittime  è un crimine contro la memoria del Paese che oggi come allora respinge il terrorismo, difende la democrazia e non intende dare spazio a chi non ha dimostrato ne’ un ravvedimento umano per il male fatto, ne’ la consapevolezza dei danni arrecati all’Italia. Chi di dovere accerti e punisca i responsabili. Alle forze democratiche il compito di non dare spazio a chi vorrebbe riportare indietro le lancette della storia». 

SCRITTA BR SU LAPIDE SCORTA ALDO MORO

Il sequestro di Aldo Moro è stato celebrato non più di una settimana fa e oggi il “risultato” è ritrovarsi con un nuovo sfregio sul monumento in Via Fani che ricorda le vittime della scorta del presidente Dc uccisi e trucidati il maledetto 16 marzo 1978. Imbrattata la lapide, infangata la memoria da un gruppo di teppisti che hanno “simpaticamente” scritto con una vernice rossa la tragica sigla “Br” che ricorda l’inquietante marca di fabbrica dei terroristi comunisti entrati in azione nel sequestro di 40 anni esatti fa. Sulla stele di Via Fani vengono ricordati i nomi dei cinque uomini eliminati della scorta personale di Moro, sequestro per poi essere ucciso (con il corpo ritrovato in Via Caetani, a metà strada tra la sede Pci e quella Dc). Il monumento era stato inaugurato proprio lo scorso 16 marzo, nell’anniversario della strage, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non è però la prima volta che nel giro di poche settimane vengono oltraggiati e insultati gli innocenti uomini della scorta e lo stesso Aldo Moro: giusto lo scorso 21 febbraio scritte offensive e svastiche vennero ritrovate sulla lapide ancora spoglia in attesa della cerimonia del 16 marzo. “A morte le guardie”, con tanto di svastica nazista: giusto per ricordare, ai posteri, come le ideologie opposte di nazismo e comunismo hanno realmente il medesimo tratto comune, l’odio per la persona e l’odio per la realtà che non corrisponde a quelle idee estremiste e terroriste.

LA CONDANNA DELLA POLITICA

«Il ripetuto oltraggio ai martiri di via fani nel luogo che ha visto il rapimento di aldo moro non è solo gravissimo ma assai inquietante. Non si può derubricare come qualcosa di poco conto, non si può sottovalutare»: a dirlo è Beppe Fioroni, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Un appello rivolto a tutti per poter isolare questo estremismo e ricordare come la memoria di quelle vittime e di quel leader politico può andare ben oltre una becera e insultante scritta rossa. «Tanti fermenti scuotono il nostro paese, aggravati da una complessa situazione internazionale. L’italia- conclude fioroni- come e più del passato, deve rispondere con forza ed efficacia ad ogni tentativo di riaprire una stagione definitivamente archiviata», conclude Fioroni. Ma non è il solo, ovviamente, a denunciare quanto avvenuto questa notte contro la stele che ricorda Oreste Leonardi, Domenico Ricci (i due carabinieri) e Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, i tre poliziotti. «Continuano a infangare la memoria di un grande statista con frasi e gesti ignobili. Noi stiamo dall’altra parte: con lo Stato, con la democrazia, con la politica», scrive Matteo Richetti, membro della segreteria Pd.

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