PASQUA/ La volpe e il mistero di un pugno di giornate “sante”

- Marco Pozza

La settimana santa comincia oggi e invita i cristiani a sentirsi cittadini di una storia, non campeggiatori di passaggio. Per farlo, occorrono dei riti da seguire. MARCO POZZA

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Papa Francesco (LaPresse)

S’innamorò follemente di lei: “In quel momento apparve la volpe”. Di tutte le presenze incrociate nel suo viaggio sulla terra, solo la volpe riuscì a colorare le giornate del Piccolo Principe, quello partorito dalla penna mistica di Antoine de Saint-Exupéry: “Buon giorno, disse la volpe. Buon giorno, rispose il piccolo principe”. Nelle sue pagine popolate di fontane, fate e giardini abita l’uomo con tutta la sua epica. Il suo sogno, che è poi la sua ansia profetica, è quello di fare in modo che l’uomo divenga padrone della sua storia: “Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto”. Il campeggiatore, a differenza dell’abitante, non conosce la terra che attraversa: è di passaggio, non la abita, nemmeno l’avverte propria. Per farlo, di una terra come di una storia, gli servono dei riti: “Che cos’è un rito?” disse il Principe alla volpe. “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni — gli spiega la sua compagna —, un’ora diversa dalle altre ore”. L’inganno degli oggetti è sempre in agguato: l’uomo, frastornato dal loro luccichio, potrebbe anche distrarsi. Ecco l’annunciazione di Antoine: attraverso la ripetizione di gesti concreti, come i riti e le cerimonie, all’uomo si dischiude l’intimità della sua storia. Possedere un rito è, dunque, avere in mano il segreto della cura. Rifacendolo, lo mette in guardia la volpe, capiterà di piangere: per la distanza, per l’incomprensione, per la gioia.

La Settimana Santa — quella che inizia oggi — è un album fotografico di riti: i “Riti della Settimana Santa”, per l’appunto. Sette giorni popolati di cerimonie e ritualità: il fruscio delle palme, l’adorazione delle Quarant’Ore, l’olio e l’acqua del giovedì, il bacio della Croce in giorno di venerdì, la visita al sepolcro del sabato, l’attesa della notte di Pasqua. Gesti: di processione, adorazione e celebrazione. Significati: l’accoglienza, il tradimento, la sofferenza, la gioia. Gesti e significati che al popolo cristiano servono per sentire d’essere parte di una storia, quella di Cristo, ancora oggi capace di parlare al suo cuore. E’ attraverso questi riti — che ai più possono sembrare superstizione, una quasi archeologia — che il cristiano fiuta quel nodo divino che tiene legate le sue giornate, porge un significato alle sue scelte, gli permette d’accendere il fervore del suo cuore. La felicità cristiana si realizza attraverso la celebrazione di riti e cerimonie: “Se vorrò salvare la tua isola — è la convinzione di Antoine, nascosto nei suoi mille personaggi — ti farò il dono di un cerimoniale dei tesori dell’isola”. E’ il mistero stesso che si accende in prossimità della Pasqua cristiana: la vera felicità è appartenere a qualcuno, è sentirsi cittadini di un’isola della quale si conoscono profumi, tradizioni, memorie e usanze. I riti, dunque, servono agli uomini per tramandarsi la vita. La liturgia, che è l’esatto contrario delle gesta compiute con abitudine, è la somma dei riti.

Il cristianesimo, sovente, lo si apprezza per il suo lato estetico: le chiese, i testi, le belle liturgie. La poetica, la suggestione, l’arte. Il cristiano, però, sa bene che tutto questo è testimonianza di una rivelazione, di una annunciazione: “Dio ti cerca, lasciati trovare. Non te lo perdere, altrimenti rischi di perderti!”. Abita qui il mistero di un pugno di giornate alle quali la cristianità ha tributato l’appellativo onorifico di “santi”. Una scelta pagata con rate quotidiane di sangue, a tappe di martirio. Vivere appieno questa settimana, celebrando i suoi riti e rivivendo le sue liturgie, è sentire di appartenere a Qualcuno, di essere parte di un popolo che l’effimero non sazia, in cammino verso l’Eterno. Sono riti che si celebrano in chiesa, tra le vie di città, dentro le case: nel mentre la storia accade. Apparirà ancor più il paradosso della Pasqua, che somiglia tanto ad una eredità ricevuta: perché diventi propria è necessario che chi la riceve la rimetta in gioco.

Per sentirsi cittadini di una storia, non dei campeggiatori di passaggio.

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