Mafia Catania voleva uccidere giornalista Paolo Borrometi/ “Lo colpiamo, Bum a terra”: arresti clan Cappello

- Niccolò Magnani

Catania, la Mafia voleva uccidere il giornalista Paolo Borrometi: “dobbiamo colpirlo, bum a terra!”. Intercettazioni choc e arresti nel clan Cappello: ecco le minacce

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Paolo Borrometi (LaPresse)

Non è la prima volta che il nome di Paolo Borrometi, giornalista Agi e direttore del quotidiano antimafia de LaSpia.it viene accostato in alcune intercettazioni di mafiosi che hanno l’obiettivo di eliminarlo: ma è notizia di oggi di un Clan specifico, i “Cappello”, stavano realmente pianificando la sua uccisione. Il 20 febbraio scorso, spiega Repubblica, Giuseppe Vizzini spiega ad alcuni scagnozzi «succederà l’inferno» e sussurra altre parole tutte rivelate dalla Procura di Catania nelle intercettazioni choc, «accenna a una casa prendere in affitto a Pozzallo. “Picca n’avi”. Poco gli resta. “Quindici giorni, via, mattanza per tutti e se ne vanno”. È un crescendo. “Scendono, scendono, scendono una decina… cinque, sei catanesi, macchine rubate, una casa in campagna, uno qua, uno qua… la sera appena si fanno trovare, escono”». I catanesi citati nelle intercettazioni che hanno portato all’arresto dai poliziotti di Pachino tre persone – Giuseppe Vizzini e i figli Simone e Andrea – sono i kiler del clan Cappello che sono in profondo contatto con il capomafia di Pachino, quel Salvatore Giuliano al momento libero dopo aver scontato 22 anni di carcere per associazione a delinquere. Vizzini, pare dalle indagini, era il suo fedelissimo e da questo rapporto si è scoperto del piano per l’eliminazione fisica di Borrometi.

LE MINACCE DEL CLAN

Da una sua inchiesta giornalistica, pubblicata sulla testata online LaSpia.it, si contribuirà allo scioglimento del comune di Scicli e da quella poi tante altre inchieste finiranno nel mirino di alcuni clan di Cosa Nostra. Il 16 aprile del 2014 Paolo Borrometi è stato anche aggredito da alcuni incappucciati che gli provocano una grave menomazione alla mobilità della spalla destra; le minacce dei boss sono continue e in questa ultima “tornata” riproposta dalla Procura di Catania con gli arresti di Pachino si arriva a frasi potenzialmente gravissime. «Dobbiamo colpire a quello. Bum, a terra. Devi colpire a questo, bum, a terra. E qua c’è un ioufocu (un fuoco d’artificio – ndr). Come era negli anni Novanta, in cui non si poteva camminare neanche a piedi». Il figlio di Giuseppe, Simone, rilancia in un’altra intercettazione riportata dal Giornale di Sicilia, una minaccia ancora più grave che gli inquirenti ritengono – come in tutti gli altri casi – essere diretta sempre verso Borrometi. «Lo sai che ti dico? Ogni tanto un murticeddu (un morto ndr) vedi che serve… per dare una calmata a tutti. Un murticeddu, c’è bisogno, così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli». Tutte le frasi e le minacce sono riportate nell’ordinanza di custodia cautelare richiesta al gip di Catania dal pm antimafia Alessandro Sorrentino.



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