UCCIDE FIGLIA DISABILE POI SI SPARA/ A Forlì, abbandonato dallo Stato che paga i “furbetti della 104”

- Marco Tedesco

La tragedia di Meldola (Forlì) giunge dopo diversi fatti di cronaca su utilizzi illeciti della legge 104. Servono controlli anti-abusi e maggiori aiuti economici. MARCO TEDESCO

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Polizia scientifica (LaPresse)

Ha ucciso la figlia 45enne con un proiettile alla testa; poi ha puntato la pistola contro di sé. Così, a Meldola Fratta, nel forlivese, un operaio in pensione di 73 anni ha pensato di porre fine a un dramma della “fatica di vivere”. Ha ucciso e poi si è sparato; ora si trova in ospedale a Cesena in condizioni gravissime.

Da 45 anni, tutti i giorni, con la moglie, accanto alla figlia, cerebrolesa dalla nascita, per assisterla, aiutarla, accompagnarla. Ieri mattina, forse, assalito dall’angoscia di cosa avrebbe potuto succedere alla figlia se lui e sua moglie fossero venuti a mancare, di fronte a quell’abisso, a quella vertigine ha avuto il sopravvento la sensazione (o la paura) che le sue cure, le sue attenzioni, le sue fatiche e le sue carezze non sarebbero più valse a nulla. Sulle ragioni del gesto potrebbero aver pesato anche i problemi economici per via dei costi di sostentamento della figlia, ormai insostenibili. Si sentiva abbandonato dallo Stato, e forse si sentiva solo. Così ha pensato di poter uscire da questo vicolo, per lui ormai cieco, con due, disperati e disperanti, colpi secchi.

Il tragico epilogo di Meldola ci ha rimesso davanti al fatto che un figlio disabile è un richiamo continuo. All’imprevisto che mette a soqquadro i propri programmi; alla fragilità di cui siamo fatti (tutti, dobbiamo riconoscerlo); alla domanda che Qualcuno (e anche qualcuno) ci accompagni e ci sostenga; all’umiltà di un cammino che è per il bene dell’altro; alla gratuità del tempo, delle cose, degli affetti, delle fatiche. È uno spendersi. Un dire, sempre, anche quando non vorresti o non potresti, “ci sono”, sono al tuo fianco.

La vicenda di Meldola, poi, è arrivata a pochi giorni di distanza da una sequela di fatti di cronaca che hanno portato alla ribalta i cosiddetti “furbetti della 104”. La legge 104 del 1992 è quel provvedimento che prevede permessi retribuiti per i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, per poter prestare assistenza a familiari con handicap in situazione di gravità: in sostanza, viene contemplata la possibilità “di fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, anche in maniera continuativa”.

Ebbene, a inizio aprile, è il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, a puntare il dito contro i troppi dipendenti “adottati” per avere i permessi: “In Sicilia ci sono dipendenti della Regione che si sono fatti adottare da anziani malati per poter beneficiare della legge 104 per l’assistenza. E’ possibile che su 13mila dipendenti, 2.350 usufruiscano della legge 104?”. E ha annunciato “controlli”. “Il tempo dei giochetti, delle coperture, dei ricatti reciproci è scaduto”.

L’altro ieri, a Teramo: “Assenti dal lavoro per oltre 1.300 giorni complessivi, ufficialmente erano in permesso retribuito per assistere familiari affetti da handicap grave”. In realtà i due dipendenti della Asl sono stati scoperti dalla Guardia di finanza mentre erano impegnati in attività personali o addirittura in vacanza fuori regione. Per i due la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio e ha disposto il sequestro di beni per 70mila euro. Per loro l’accusa è di truffa aggravata ai danni dello Stato”, visto che gli accertamenti incrociati, anche attraverso l’esame dei Telepass autostradali condotti dalle Fiamme Gialle, hanno evidenziato che non assistevano alcun familiare, “come risultava invece dal congedo retribuito concesso loro dall’azienda sanitaria e previsto dalla legge in questi casi”.

Una legge, la 104, più che lodevole. È un aiuto concreto a famiglie che devono far fronte a impegni, anche di natura economica, assai gravosi. Semmai andrebbe potenziata. Appunto, colpendo gli imbroglioni e stanando gli abusi. Che, stando alle statistiche, sono purtroppo in aumento. Il costo complessivo di permessi e congedi ammonta a circa 3,3 miliardi di euro, ma le stime parlano di illeciti che costano quasi 800 milioni di euro l’anno alle casse pubbliche.

In tempi di vincoli di finanza pubblica, la prima lotta agli sprechi non si fa con i tagli lineari, pratica anche fin troppo diffusa nella pubblica amministrazione italiana. Bisogna avere la forza di aiutare chi davvero ha bisogno e di togliere privilegi immeritati e ottenuti in modo fraudolento. Servono controlli, una spending review intelligente e virtuosa, cioè che faccia arrivare le risorse a chi ne ha veramente diritto. Magari coinvolgendo, sussidiariamente, i soggetti più vicini al bisogno.

Altrimenti anche la sacrosanta legge 104 potrebbe fare la fine dei voucher per i mini-lavori. Prima cancellati, poi depotenziati. Serve coraggio, e non la solita, pavida, incapacità a raccogliere e buttar via, solo, tutta l’acqua sporca che si è depositata nella tinozza.

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