ROBERTO RUFFILLI/ 30 anni fa le Brigate Rosse uccidevano il senatore Dc. Mattarella, “esempio di generosità”

- Paolo Vites

Trent’anni fa le Brigate Rosse uccisero il senatore democristiano e collaboratore di Ciriaco De Mita, Roberto Ruffilli, a quasi dieci anni di distanza dall’uccisione di Aldo Moro

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Roberto Ruffilli

Era il 16 aprile 1988 quando le Brigate Rosse uccisero Roberto Ruffilli, appena rientrato nella sua abitazione a Forlì. Stefano Minguzzi e Franco Grilli, fingendosi postini suonarono alla sua porta: entrati con le pistole in mano lo portarono in salotto, lo fecero inginocchiare e gli spararono tre colpi di pistola alla nuca. Erano passati quasi dieci anni esatti, mancava un mese, dall’omicidio di Aldo Moro. Chi aveva creduto che la stagione di piombo del terrorismo di sinistra era ormai chiusa da anni, dopo l’ondata di arresti e condanne che seguirono la morte del presidente della Democrazia cristiana, dovette purtroppo ricredersi. Come ai tempi di Moro, anche quello era un periodo particolare di crisi istituzionale e politica. Ruffilli era nato a Forlì nel 1937, laureato in scienze politiche fu anche direttore del Collegio Augustinianum, andando poi a insegnare all’università di Sassari e in quella di Bologna. Oltre agli studi, fu anche politico, eletto senatore della DC nel 1983, collaborando con il futuro capo del governo Ciriaco De Mita.

IL RICORDO DI MATTARELLA

Oltre alla morte tragica, Ruffilli era legato a Moro anche per la tradizione delle idee che in un certo senso portò avanti: il rilancio del dialogo fra le tre grandi forze popolari del paese, socialisti, comunisti e democristiani. Fu proprio per quello che venne ucciso. Nel volantino delle Brigate Rosse che ne annunciava la morte si leggeva infatti che “Ruffilli era l’uomo di punta che ha guidato (…) sapendo ricucire (…) tutto l’arco delle forze politiche comprese le opposizioni istituzionali”. Il suo lavoro considerato più significativo è il libro del 1979 “Crisi dello stato e storiografia contemporanea”, il suo lavoro più acuto. I temi sono ancor oggi di stretta attualità. Quasi un mese dopo la morte, il 7 maggio, fu trovato il suo testamento: lasciò i suoi beni per metà all’università  Cattolica di Milano dove si era laureato, perché venissero istituite borse di studio per giovani ricercatori e l’altra metà alla sua parrocchia. I due assassini, arrestati, vennero condannati all’ergastolo. Oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, giunto a Forlì per il trentesimo anniversario dell’attentato a Ruffili, lo ha ricordato così: «un punto di quella tessitura di storia del nostro paese, tragica, ma che ha seminato per la nostra convivenza, per il nostro stare insieme positivo. Era un esempio di generosità e trasparenza».



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