PIU’ FESTE PER TUTTI?/ Occhio alla differenza tra lavorare di più e farlo meglio

- Marco Biscella

Un disegno di legge della Svp chiede il ripristino di cinque festività. Giorni di lavoro in meno che peseranno sul Pil? La produttività non dipende solo dal fattore tempo. MARCO BISCELLA

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In questi giorni in cui si è aperto il dibattito sul lungo ponte che si profila tra il 25 aprile e il 1° maggio (causa anche sciopero del personale della scuola), un disegno di legge a firma di tre senatori della Südtiroler Volkspartei (Svp) chiede il ripristino degli effetti civili delle festività di San Giuseppe, dell’Ascensione, del Corpus Domini e dei Santi apostoli Pietro e Paolo (oggi celebrati solo a Roma in quanto patroni della città), più il giorno di lunedì seguente la Pentecoste. Insomma, cinque giorni di festa in più all’anno su tutto il territorio nazionale.

Queste ricorrenze – ricordano i tre senatori altoatesini – sono state festeggiate in Italia fino al 1977, anno in cui è stata promulgata una legge il cui obiettivo era gestire il Paese con più austerità. Ma negli anni a seguire è diventato sempre più evidente che “l’austerità non aveva prodotto l’auspicato aumento di produttività nelle aziende”. E ora, la reintroduzione dei suddetti giorni di festa (l’Epifania è stata “riammessa” già nel 1985) “non determina scompensi significativi alla produttività delle aziende, trasferisce una quota maggiore di reddito prodotto ad altri comparti di mercato ad alto valore aggiunto, quali il turismo e il tempo libero, con buoni ritorni economici per l’economia nel suo complesso”.

Di primo acchito, verrebbe da dire che non tutta l’Italia è come l’Alto Adige, una sorta di oasi del benessere, della ricchezza e della produttività. Certo, cinque festività in più all’anno significano cinque giorni di lavoro in meno. Ma a ben guardare l’idea dei tre senatori della Svp non è così “balzana” come potrebbe sembrare, anche in questi tempi di crescita economica ancora gracile, di globalizzazione sempre più aggressiva e di vacche magre per i conti pubblici.

Innanzitutto, ci allineerebbe all’Europa, anche a quell’Europa in cui la presenza dei cattolici è minoritaria. Per esempio, l’Ascensione è civilmente riconosciuta tale in altri 12 Paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Polonia, Olanda, Norvegia, Svezia e Svizzera), il Corpus Domini in 6 Paesi (Austria, Svizzera, Germania, Polonia, Croazia e Portogallo) e i santi Pietro e Paolo è giorno festivo in Svizzera, a Monaco, in Polonia e a Malta. In gran parte si tratta (dall’Austria alla Svizzera, dai Paesi scandinavi alla Germania) di Paesi stabilmente nella parte alta delle classifiche che misurano la produttività e dove le ore di lavoro annue sono inferiori rispetto all’Italia. Dunque, il fattore tempo non è esaustivo o risolutivo, perché a influire sulla produttività sono una serie di fattori interni (innovazione, capitale umano, management aziendale…) ed esterni (credito e finanza, mercato del lavoro, concorrenza, regime di insolvency, business environment…).

Ebbene, proprio due giorni fa l’Istat ha comunicato che la produttività dell’intera economia italiana ha rialzato la testa, mettendo a segno nel 2017 un aumento dello 0,9% dopo il calo dell’anno precedente. Si tratta della crescita maggiore dal 2010. È ripartita la produttività del lavoro, l’anello debole del sistema, che – calcolato come valore aggiunto per ora lavorata – è salita dello 0,7%, il tasso più alto dal 2013. E accelera anche la produttività del capitale (+1,4%).

Una rondine non fa primavera, ma è pur sempre una buona notizia, perché la bassa e decrescente produttività (come dimostrano diversi studi, dall’Ocse al Fmi alla Banca d’Italia) è stato il freno formidabile all’incedere della nostra economia nazionale, prima e dopo la grande crisi del 2008: nel periodo 1995-2015 la performance italiana (+0,3%) è stata nettamente inferiore a quella degli altri Paesi europei (+1,6%). Come sono lontani gli anni d’oro (dal boom economico degli anni Cinquanta fino al 1973, con il primo shock petrolifero), quando il Pil pro capite italiano aumentava in media del 5,4% annuo e la produttività del lavoro del 6%…

Dagli anni Settanta, e in forma più acuta a partire dai Novanta, la nostra produttività ha iniziato un declino progressivo e inesorabile, a causa di un complesso di fattori che spaziano dalla difficoltà di fare impresa all’inefficienza della Pubblica amministrazione (oggi ammonta a 1,7 punti di Pil il costo annuo che le imprese devono sostenere per lavorare con la Pa), dalla lentezza dei procedimenti giudiziari a una regolamentazione quanto meno farraginosa e mal concepita, da un basso livello di concorrenza a gravi carenze strutturali, dall’eccessiva presenza di imprese “zombie” (troppo sussidiate e che tolgono ossigeno a quelle “virtuose”) all’inefficiente allocazione delle risorse, dalle basse competenze all’invecchiamento della forza lavoro (un fenomeno destinato ad aggravarsi nei prossimi anni, visto l’inverno demografico in cui siamo entrati). Su tutti questi nodi bisogna intervenire per cercare di ridare slancio alla produttività, e resta ancora molto da fare.

Come è stato, dunque, possibile rialzare la testa? Una prima risposta la offre un recente Occasional paper della Banca d’Italia, intitolato “La crescita della produttività in Italia: la storia di un cambiamento al rallentatore”. Le riforme varate negli ultimi anni, che per loro natura hanno tempi di maturazione medio-lunghi e che possono incidere sulla crescita potenziale, iniziano a dare i primi frutti: Jobs act, Ace (incentivi alla ricapitalizzazione), legge Sabatini (investimenti in macchinari), Industria 4.0, tax credit, Patent box, agevolazioni alle start up. Sono misure che vanno nella giusta direzione, che devono ancora dispiegare appieno i loro effetti propulsivi e che dunque bisogna stare attenti a non soffocare, anzi vanno rilanciate, stabilizzandole nel tempo (almeno per la prossima legislatura) e nei meccanismi.

Una seconda ragione che può spiegare la ripresa della produttività è invece legata ad altre forme di incentivi (e anche qui bisogna evitare di mettere la retromarcia): la crescita impetuosa (quasi 32mila) degli accordi aziendali o territoriali, che garantiscono ai dipendenti premi di produttività detassati, e degli accordi di welfare aziendale (previdenza complementare, sanità integrativa, benefit…), che non solo migliorano il benessere dei lavoratori, ma fanno altresì crescere la produzione industriale: in base al Rapporto Welfare Index Pmi 2018, promosso da Generali Italia con la partecipazione di Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni, tra le aziende molto attive nel welfare il 63,5% ha affermato di aver registrato un incremento della produttività.

E proprio qui riannodiamo un legame forte con gli anni del boom economico italiano, quando – sull’esempio di imprenditori illuminati del calibro di Adriano Olivetti, che allora era la punta più visibile di quell’iceberg -, le imprese si davano da fare per cercare di risolvere i problemi dei lavoratori (case, asilo, scuole materne, prestiti, assicurazione malattia…). Un’intraprendenza sociale che faceva, sì, l’interesse dell’imprenditore, ma in una logica – diremmo oggi – win-win: i lavoratori erano aiutati a vivere in modo migliore e la produttività non dipendeva solo dal “quanto”, ma anche dal “come” i dipendenti lavoravano.

Erano anni in cui la burocrazia era snella, la pressione fiscale leggera e in soli 8 anni (e con tre mesi di anticipo rispetto alla scadenza prevista) veniva realizzata l’Autostrada del Sole…

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