MESSINA DENARO, MAFIA TRAPANI “BOSS COME PADRE PIO”/ Ultime notizie: testimone che l’ha visto “è in Sicilia”

- Silvana Palazzo

Messina Denaro, scoperta la sua rete di pizzini a Trapani: 22 arresti. I pm: “Rischio guerra di mafia”. Le ultime notizie: tra i fermati anche due cognati e un imprenditore di scommesse

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Blitz contro i fiancheggiatori di Messina Denaro

A fine marzo sull’Espresso Lirio Abbate e Giovanni Tizian in un reportage esclusivo avevano raccontato di un misterioso (e anonimo) testimone “Gino” che avrebbe incontrato di recente Matteo Messina Denaro. Si, proprio lui, il pericoloso latitante più ricercato d’Italia che oggi si è visto decimare la sua rete che smistava i “pizzini” per le varie cosche di Trapani. «Ho conosciuto Matteo Messina Denaro di persona tra il 2005 e il 2006. Ci siamo visti la prima volta al cancello di uscita del porto di Palermo. All’incontro erano presenti, oltre allo “Zio”, tre persone, due siciliani e un calabrese», spiega il testimone al settimanale legato a Repubblica. In quell’occasione tracciò anche un identikit che di fatto si tratta dell’unica fonte in mano alle Forze dell’Ordine che cercano da oltre 25 anni il super boss di Cosa Nostra. «Matteo Messina Denaro quando l’ho visto era fisicamente robusto, di carnagione scura, i capelli mori tirati all’indietro e portava occhiali scuri. È stato più volte curato in una clinica di eccellenza della zona, dove è stato sottoposto alla dialisi. In questa clinica ci sarebbe un medico disposto a collaborare con l’organizzazione dei calabresi per rilasciare anche certificati falsi». Si sposta, è in Sicilia per quasi tutto il tempo se non di tanto in tanto in Calabria per sfuggire alle continue ricerche della Digos, della Dia e di tutti i reparti speciali che gli danno la caccia da anni. (agg. di Niccolò Magnani)

“BIMBO SCIOLTO NELL’ACIDO? HAI FATTO BENE…”

Non servivano certo le intercettazioni choc sul piccolo Giuseppe Di Matteo – le trovate nell’ultimo paragrafo qui sotto, ndr – per capire che il boss Matteo Messina Denaro non è proprio “un Padre Pio” ma è piuttosto la forma più prossima al male omicida peggio partoribile da mente umana. Quello “scioglilo nell’acido” fa impressione e inquietudine anche solo a leggerlo nelle intercettazioni, figuriamoci a pensarlo come reale effetto di un ordine mafioso impartito dal super boss latitante. Fa poi ancora più impressione sentire quanto ha detto il generale dei Ros Pasquale Angelo Santo, commentando la brillante operazione delle Forze dell’Ordine che ha portato al fermo 22 persone ritenute del clan di Messina Denaro: «Cosa Nostra trapanese è forte e dura ed è saldamente nelle mani di Matteo Messina Denaro», sostiene nella conferenza stampa uno dei responsabili dell’operazione “Anno Zero”. Le intercettazioni sono state pubblicate in larga scala dai principali organi di stampa e purtroppo presentano tante altre conferme della tesi principale: Messina Denaro è ancora sul territorio e guida ogni passaggio con dovizia di particolare. (agg. di Niccolò Magnani)

PROCURATORE, “È UN BOSS LATITANTE DIVERSO DAGLI ALTRI”

È inutile ripetete che ogni qual volta vengono messi a segno importanti arresti di possibili o presunti affiliati alla maxi rete di Cosa Nostra di Matteo Messina Denaro, la domanda è sempre la stessa: ma quando sarà possibile beccare il super latitante capo della Mafia siciliana? Domanda “retorica” visto che le Forze dell’Ordine hanno come ricercato n.1 proprio il super boss che pare vivere ancora tra la Sicilia e la Calabria. Secondo il Procuratore capo della Procura di Palermo, Francesco Lo Voi «Messina Denaro è un latitante diverso rispetto a tutti i grandi latitanti del passato che sono stati tutti arrestati e per questo le indagini per la sua localizzazione sono particolarmente difficili». Diverso perché mantiene costantemente i contatti con il territorio – anche grazie a quella rete di pizzini messa a fine dall’operazione “Anno Zero” di quest’oggi – ma è anche molto mobile sullo stesso territorio; «bisogna fare attenzione a ogni minimo dettaglio che emerge dalle indagini, da tutte le persone che hanno a che fare con lui o da tutte quelle che hanno a che fare con Cosa Nostra sul territorio».  Nella restante parte delle indagini emersa oggi dal materiale della Procura, si scopre come nei vari atti e intercettazioni la presenza del boss è tutt’altro che “defilata”: «continua a ricomparire periodicamente per impartire regole di comportamento ai suoi, risolvere questioni di interesse dell’organizzazione criminale o nominare i vertici delle diverse articolazioni in cui è tuttora suddivisa la provincia mafiosa di Trapani», riporta il Sole 24 ore. (agg. di Niccolò Magnani)

TRA GLI ARRESTATI ANCHE VITO NICASTRI

Continuano le operazioni delle forze dell’ordine e le inchieste per la ricerca del boss mafioso Messina Denaro. E’ stata infatti scoperta la sua rete di pizzini: 22 fermi, tra costoro anche due cognati e un imprenditore di scommesse. Prosegue il lavoro dei carabinieri e della Dia per stanare uno degli uomini più ricercati al mondo, latitante dal 1993. Solo un mes fa, il 13 marzo 2018, una maxi-operazione di oltre cento uomini delle forze dell’ordine ha portato all’arresto di dodici persone accusate di associazione mafiosa, estorsione, favoreggiamento e fittizia intestazione di beni, tutti aggravati da modalità mafiose come sottolineato da Sky Tg 24. Il risultato di una inchiesta avviata nel 2014 su esponenti delle famiglie di Vita e Salemi, nel trapanese, ritenuti favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro. Tra le persone arrestate anche l’imprenditore Vito Nicastri, sospettato di aver coperto e finanziato la latitanza del capomafia. (Agg. Massimo Balsamo)

“E’ COME PADRE PIO”

Terra bruciata attorno a Matteo Messina Denaro, il capo di Cosa nostra. Si stringe il cerchio attorno al super latitante con il provvedimento di fermo emesso contro 22 presunti affiliati alle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna. Il blitz, denominato “Anno Zero”, è scattato in provincia di Trapani: si tratta dell’ennesimo colpo alla rete relazionale ed economica di Messina Denaro. Le indagini di polizia, carabinieri e Dia hanno confermato il ruolo di vertice del boss sulla provincia di Trapani e quello del cognato del boss, reggente del mandamento di Castelvetrano in seguito all’arresto di altri familiari. Con l’altro cognato del boss, secondo gli inquirenti, avrebbe organizzato la latitanza della primula rossa, ricerca dal 1993. Da pedinamenti, appostamenti e intercettazioni è emerso come Cosa nostra eserciti un controllo capillare del territorio, ricorrendo sistematicamente alle intimidazioni per infiltrare il tessuto economico e sociale. Da una delle intercettazioni è emerso che Matteo Messina Denaro e il padre Francesco, capomafia morto nel 1998, vengono accostati ai santi e a Padre Pio, quindi idolatrati. «Vedi, una statua gli devono fare… una statua… una statua allo zio Ciccio che vale. Padre Pio ci devono mettere allo zio Ciccio e a quello accanto… Quelli sono i Santi». Così ha parlato uno dei mafiosi fermati senza sapere di essere intercettato. (agg. di Silvana Palazzo)

TRAPANI, MESSINA DENARO: SCOPERTA RETE PIZZINI

Maxi blitz di carabinieri, polizia e Dia a Trapani: hanno scoperto la rete di Matteo Messina Denaro e fermato 22 persone, tra cui due cognati del latitante. Si tratta di Gaspare Como e Saro Allegra, i mariti di Bice e Giovanna Messina Denaro. Erano i cognati a reggere le fila della complessa rete attorno al boss, la primula rossa di Castelvetrano. Allegra si sarebbe occupato della parte finanziaria, facendo da tramite con un insospettabile imprenditore del settore delle scommesse on line, cioè Carlo Cattaneo, arrestato con l’accusa di aver recapitato pacchi di soldi alla cosca. Si sono rivelate complesse le indagini sviluppate e coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Paolo Guido. Coinvolti i poliziotti del Servizio centrale operativo della polizia, con le squadre mobili di Palermo e Trapani, i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani, gli uomini della Direzione investigativa antimafia di Trapani e un nuovo pool di pm a Palermo: Gianluca De Leo, Claudio Camilleri, Francesca Dessì, Geri Ferrara, Carlo Marzella e Alessia Sinatra. Hanno individuato tracce tra Castelvetrano e Mazara del Vallo che portano a passaggi di denaro, tracce importanti del superlatitante Matteo Messina Denaro, come non emergevano da anni.

PM: “RISCHIO GUERRA DI MAFIA”

Matteo Messina Denaro resta latitante. Forse è lontano dalla Sicilia, potrebbe anche essere – secondo Repubblica – in Nord Africa o in Sud America, visto che lì ha grandi appoggi. Di sicuro comunica con i pizzini, veicolati dalla sua rete, ed è venerato dai suoi. «È come Padre Pio», dicono nelle intercettazioni. E parlano con odio di chi ha deciso di collaborare con la giustizia: «Ha sciolto a quello nell’acido… non ha fatto bene? Ha fatto bene… Se la stirpe è quella… suo padre perché ha cantato?». Il riferimento è a Giuseppe Di Matteo, il figlio di Santino, il primo boss a svelare retroscena sulla strage di Capaci. Insultano anche lui: «Perché non hai ritrattato? Se tenevi a tuo figlio… allora sei tu che non ci tenevi». Le intercettazioni rivelano che Messina Denaro viaggia molto: nel 2015 forse era in provincia di Trapani. «Il latitante ha i c… vunciati (è arrabbiato, ndr), si trova nelle zone nostre…». Queste intercettazioni rappresentano un tassello importante per provare a ricostruire la latitanza di Matteo Messina Denaro che dura da troppo tempo. La procura di Palermo ha disposto il provvedimento di fermo: c’era il rischio che scoppiasse una guerra di mafia in provincia di Trapani. Il 6 luglio scorso è stato ucciso Giuseppe Marcianò, genero del boss di Mazara del Vallo, Pino Burzotta, ed esponente della famiglia di Campobello di Mazara. Proprio Marcianò si era lamentato del comportamento del latitante, che «non ha autorizzato omicidi e azioni violente, come invece auspicato da buona parte del popolo mafioso di quei territori». Nel frattempo è stata registrata l’espansione della famiglia mafiosa di Campobello. Da qui la decisione dei pm di adottare il fermo. «Da tale pericolosissimo contesto (certamente idoneo, come la tragica storia di Cosa nostra insegna, a scatenare reazioni cruente contrapposte, e quindi dare il via ad una lunga scia di sangue) in uno col pericolo di fuga manifestato da alcuni indagati, si è imposta la necessità dell’adozione del fermo».

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