ALFIE EVANS/ Se i “diritti civili” diventano scomodi allora la battaglia è “cristiana”

- Paolo Vites

Il caso di Alfie Evans: dieci ore dopo che i medici hanno staccato i macchinari che lo tenevano in vita, è ancora vivo e respira autonomamente. Un commento

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Alfie Evans e papà Tom

Sarebbe sbagliatissimo dire che la battaglia che si sta facendo per la vita di Alfie  Evans sia una battaglia “cristiana” e infatti non vi prendono parte solo credenti. Gli stessi genitori di Alfie non lo sono (o non lo erano). Fa molta tenerezza vedere il papà di Alfie, alla fine dell’incontro con il papa, mentre Francesco gli sta mettendo la mano sul capo per benedirlo, porgere la mano per stringerla in saluto, ignaro di cosa sia un segno di croce. La battaglia per Alfie è una battaglia per i diritti civili. Il modo con cui è stata portata avanti dai medici dell’ospedale che lo avevano in cura (eutanasia perché considerato incurabile) e dai giudici (decidere “la cosa migliore nell’interesse del bambino”) togliendo di mezzo ogni diritto dei genitori a scegliere loro cosa sia meglio per il proprio figlio, è una usurpazione dei diritti umani in nome di una legge astratta e tirannicida. 

Di questo passo, ben presto i giudici sceglieranno quale è la migliore scuola per i nostri figli, quale lavoro dovranno fare in base alla loro presunta attitudine, cosa guardare alla tv o quale fidanzata avere. Nel loro migliore interesse. Che poi sono i principi alla base di certo Islam. Nessuna legge e nessun giudice può decidere al posto dei genitori di un minore, è invece la base di una società libera. I genitori potranno sbagliare, ma non sbaglieranno mai per far del male al figlio.

Nessun medico, di fronte agli incredibili sviluppi che la medicina ha di questi tempi ogni singolo giorno, può decidere chi vive e chi deve morire, ma, in base anche al giuramento di Ippocrate, che cioè il dovere di un medico è salvare la vita, non soffocarla, lasciare spazio a ogni possibilità come dimostrano ad esempio gli infiniti casi di persone tornate alla vita dopo anni di stato comatoso e vegetativo. Non vale il principio della sofferenza del paziente: Alfie, a oltre 10 ore dal distacco delle macchine che lo avrebbero tenuto in vita, ha dimostrato che può vivere benissimo da solo, respirando autonomamente, senza soffirire. E’ evidente che i medici hanno sbagliato tutto. Sicuro che abbiano sbagliato o abbiano voluto imporre solo l’eliminazione di un malato che è un peso per l’ospedale, per la loro immagine, per la spesa pubblica?

Su Facebook oggi il dottor Angelo Selicorni, che da anni si occupa di bambini come Alfie, scrive che “la diversità, la disabilità, la sofferenza sono, nella società di oggi, un disvalore, qualcosa da eliminare in tutti i modi (ammesso che sia realisticamente possibile). Se io considero la vicenda di Alfie un disvalore, una storia umana inutile, senza senso, non posso che pensare che prima ne pongo fine e meglio è dato che per certo la fine arriverà. Ma questa cultura dello scarto è ben più parte di noi e della nostra società di quanto pensiamo”. Aggiungendo che “queste persone sono un disvalore da evitare tanto che io come società investo tempo e denaro, non tanto per la ricerca di una cura, per offrire migliori servizi di riabilitazione, di integrazione sociale, ma per farne una diagnosi la più precoce ed affidabile possibile al fine di mettere i genitori nella condizione e nella “libertà” di decidere se accettare o meno questa “vita in salita”.

Se non è una battaglia esclusivamente cristiana, è anche vero che la concezione stessa dell’aiuto a chi soffre, da cui la nascita degli ospedali, nasce solo con l’avvento del cristianesimo: “È con l’avvento del Cristianesimo che si realizza una vera e propria svolta nella storia dell’uomo. ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’, dice il Vangelo e quest’amore verso il prossimo, che costituisce uno degli aspetti rivoluzionari della fede cristiana, trova un suo qualificato piano di realizzazione nell’aiuto al prossimo sofferente” come ha detto alcuni anni fa il dottor Luigi Di Cioccio al convegno “Salute e povertà”. Il Concilio di Nicea nel 325 d.C. stabilì che ogni Vescovato e Monastero dovesse istituire in ogni città ospizi per pellegrini, poveri, malati. Ebbe così inizio, soprattutto nell’Oriente Cristiano, la diffusione di questi “luoghi ospitali” che divenne sempre più ampia grazie anche alla protezione degli Imperatori Costantino, Teodosio e della Imperatrice Facilla.

Non è un caso allora che l’unico ospedale al mondo che si sia mosso per aiutare Alfie sia quello del Bambin Gesù “del Vaticano”, su pressione del papa stesso. Perché oggi siamo tornati all’era pre cristiana, in un paese, il Regno Unito, che mentre festeggia nel lusso e nello sfarzo la nascita del quinto discendente al trono, non ha speso una parola per Alfie, relegato in fondo alle pagine dei giornali. Un tempo almeno, quando nasceva un appartenente alla casa reale c’era l’abitudine che il sovrano concedesse la grazia a un condannato a morte. Quando i medici hanno staccato ieri il macchinario ad Alfie, la regina Elisabetta è stata fotografata che se ne andava tranquillamente a cavallo nei terreni. Per Alfie nessun pensiero. Da decenni l’Inghilterra è il paese meno cristiano dell’occidente. E’ per questo che oggi i tantissimi poveri, sempre in aumento, anche in Italiapossono affidarsi soltanto alle case della carità, le mense della Caritas, gli ambulatori medici ed i dispensari farmaceutici diocesani che, giorno dopo giorno cercano di fronteggiare le crescenti povertà e le richieste di prestazioni mediche specialistiche e di farmaci, riportando indietro di secoli e ripropongono immutata l’hospitalitas cristiana e l’amore per i più poveri e bisognosi.

Allora la battaglia per Alfie, che non è una battaglia cristiana come dicevamo, diventa tale perché solo un cristiano sa guardare l’essere umano non come uno scarto, ma sa accoglierlo e accudirlo sempre, a qualunque condizione. Ed è per l’iniziativa dei nostri ministri degli esteri e degli interni che oggi possiamo dirci orgogliosi di essere italiani. Un paese, il nostro, sempre accusato di essere privo delle libertà fondamentali a causa della presenza del Vaticano sul nostro territorio che ne condizionerebbe la politica, dimostra una sinergia tra stato e Chiesa che ha come unico scopo la difesa della libertà e della dignità umana.

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