BOTTE A MEDICI E PROF/ Succede perché scuola e sanità sono diventate aziende

I rapporti con studenti e pazienti sono sempre più contrattualizzati e sempre meno umani. Questo fa crescere diffidenza e proteste. E le soluzioni proposte sono sbagliate. CARLO BELLIENI

25.04.2018 - Carlo Bellieni
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LaPresse

Qualcosa unisce le aggressioni in ospedale di pazienti a medici e quelle nelle scuole di studenti a professori, di cui le cronache sono piene. C’è un evidente correlato tra i casi di Lucca e Velletri, dove studenti hanno preso a male parole e minacciato i professori, e i casi di Palermo dove i chirurghi pediatri — in primis la primaria — sono stati aggrediti da un familiare di un piccolo paziente. Non sono i soli casi: a Napoli una dottoressa del 118 è stata aggredita insieme ad altri e presa a schiaffi, pugni e sputi dai parenti e amici di una coppia che stava soccorrendo; a Roma, all’ospedale Sant’Andrea, un padre di un ricoverato si è scagliato contro la dottoressa di turno minacciandola di morte e stringendole le mani al collo; a Palese (Bari), un equipaggio del 118 è stato minacciato da un paziente armato di katana. E’ un escalation di aggressioni e comportamenti asociali negli ospedali e nelle scuole. Cosa c’è in comune? Semplice: entrambe le istituzioni sono diventate delle aziende, e come ogni azienda devono garantire il successo del prodotto; se il prodotto è scadente il consumatore protesta, e siccome si sente tradito (avendo spesso aspettative irreali non soddisfatte), aggredisce. Per l’ospedale questo è evidente e per la scuola lo è quando ad aggredire sono i genitori insoddisfatti del “prodotto” (per il bullismo dei ragazzi la colpa è anche la lassità e nullità di modelli fornita dal sistema scolastico-aziendale).

Vorremmo tranquillizzare dicendo che i pazienti non sono prodotti; e gli alunni non lo sono nemmeno loro. Eppure la sanità e la scuola contemporanee non aiutano a capirlo. Anzi: i malati sono considerati “utenza”, “clienti” nei testi ufficiali della sanità dove vigono norme che fanno riferimento sommo al budget aziendale, con dettagli ricavabili dai ben noti Drg, parametri dove ogni ricovero o trattamento o diagnosi trova fino all’ultimo euro il suo corrispettivo economico; quanto “vale” per l’ospedale una malattia. E nelle scuole cosa può succedere se la stessa sopravvivenza delle classi dipende da quanto si promuove e da quanto allettante è la proposta formativa — tra cui non stona una facilità verso il successo scolastico?

Ma se sono aziende, il rapporto con l’utenza (sic!) è un contratto. Non più un rapporto sociale, umano, formativo, di un percorso che significa talvolta accettare insieme insuccesso, il limite, il dover ripetere, riprovare, fallire. No: il rapporto è un contratto che significa: io ti do i soldi e tu mi dai il prodotto. E nel rapporto contrattuale le spese le fanno gli operatori volenterosi: perché se fai qualcosa in più del tuo mansionario non solo sei più esposto e rischi fisicamente, ma non raramente rischi ritorsioni perlomeno morali da chi teme che tu “faccia troppo”. Come ho scritto recentemente sul Journal of the Royal Medical Association, non basta seguire i mansionari per fare un buon lavoro, perché finisce che “quello che facciamo fa passare in secondo piano come lo facciamo”: finire il programma scolastico in tempo o spiegare di aver seguito i protocolli aziendali, non fa scattare quello che ogni alunno o malato vuole al fondo: qualcuno (competente, certo) con cui compartire la propria fatica.

Di questo fanno le spese i medici e i docenti, soprattutto quelli che poi vengono aggrediti, perché subiscono lo stress di un sistema rigido che gli chiede di arrivare a certi “target” con certi “budget” e certi indicatori. E a molti sta stretto. Non a caso spesso chi subisce le aggressioni sono “i più buoni”, cioè quelli che col paziente ci dialogano, che con lo studente prendono del tempo in più invece di dare un voto e via. Perché si mettono in gioco, e mettersi in gioco vuol dire abbassare la guardia. Chi è “duro e distaccato” mette paura ai ribelli; chi è disponibile, la paga.

Un sistema contrattualistico per professioni e luoghi che sono così legati all’umano e che li rende schiavi di dover rispondere del successo a seconda della percentuale di decessi avuti o di prove Invalsi superate (entrambi indicatori soggetti a mille variabili ambientali, sociali, culturali oltreché tecniche) è decisamente fuori luogo. Certo, ospedali/aziende e scuole/aziende, sono la manna per una società consumistica, dove tutto ha un prezzo, per “utenti” rissosi che pensano di poter comprare quello che comprare non si può, che si sentono traditi dal sistema sanitario che qualcuno spaccia per onnipotente o, nel caso degli studenti, che sentono l’aria di impunibilità; è un problema di piaga sociale, e agire solo su scuole e sanità non basta. Occorre agire sul tasso di diffidenza. Che oggi è altissimo e che fa dilagare regole, protocolli, circolari fino all’eccesso; come diceva Tacito, “corruptissima re publica, multiplae leges”, che significa che quando lo Stato è disastrato, le leggi si moltiplicano proprio per tentare di arginare gli errori visto che nessuno si fida più di nessuno, ma è un tentativo inutile e patetico. Perché la diffidenza non cala. Lavorare sul farla calare è il compito non solo di un governo — che i prossimi ministri di sanità e scuola ci pensino! —, ma di tutti.

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