Lidia Macchi/ Stefano Binda condannato all’ergastolo, Cold case risolto dopo 31 anni: le tappe (Quarto Grado)

- Emanuela Longo

Lidia Macchi, il caso è stato chiuso dopo 31 anni dal delitto della giovane studentessa 20enne con la condanna all’ergastolo in primo grado a Stefano Binda.

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Lidia Macchi

Non poteva che aprirsi con il clamoroso caso di Lidia Macchi la nuova puntata del programma Quarto Grado, in onda stasera su Rete 4. La vicenda era stata definita per quasi trent’anni un cold case per via della mancanza di prove in mano agli inquirenti capaci di poter portare alla svolta in merito al terribile delitto dell’allora 20enne Lidia, trovata morta nel gennaio 1987 nei pressi di Varese. La svolta era arrivata solo nel 2014 quando, proprio una telespettatrice di Quarto Grado riconobbe la grafia di una lettera anonima che la famiglia della vittima aveva ricevuto nel giorno del funerale. Secondo la donna, l’autore di quella missiva era Stefano Binda. Da quel momento in poi le indagini presero una nuova piega portando ad incriminare l’uomo ufficialmente per l’omicidio di Lidia Macchi arrivando, 31 anni dopo, alla condanna all’ergastolo in primo grado. Quello che fino a qualche anno fa continuava ad essere un mistero irrisolto, dunque, lo scorso 24 aprile ha visto la prima importantissima fase con la sentenza emessa dai giudici della Corte di Varese a carico dell’uomo, oggi 48enne, ex compagno di Liceo di Lidia e condannato in primo grado al carcere a vita. Per la Corte, sarebbe stato lui a violentare e poi uccidere con 29 coltellate la giovane studentessa abbandonando poi il suo cadavere in un bosco.

LA SCOMPARSA E LA MORTE DI LIDIA MACCHI

Lidia Macchi aveva appena 20 anni quando fu uccisa. Si trovava nel cuore della sua giovinezza, era una studentessa di giurisprudenza alla Statale di Milano ed era molto attiva negli ambienti del mondo cattolico in quanto faceva parte di Comunione e Liberazione, oltre ad essere capo scout in una parrocchia di Varese. Era il 5 gennaio 1987 quando Lidia uscì di casa per andare a trovare una sua amica presso l’ospedale di Cittiglio dove era ricoverata, ma qui non sarebbe mai arrivata. Solo qualche giorno dopo la sua sparizione misteriosa, il cadavere della giovane fu rinvenuto in un bosco di Cittiglio. Per anni ci si è domandati cosa fosse accaduto in quel parco: solo dopo gli accertamenti e le ricostruzioni di inquirenti e procura è stato appurato che Stefano Binda, proprio in quel bosco prima la violentò, poi la uccise in modo orrendo con 29 coltellate. Come rammenta Tpi.it, però, la giovane Macchi sarebbe morta per asfissia, dopo una notte trascorsa al gelo in pieno inverno. Lidia e Stefano si conoscevano: entrambi facevano parte di Comunione e Liberazione e probabilmente tra i due vi era anche un sentimento di amicizia. Binda era considerato un uomo molto colto, nonostante qualche problema legato all’uso di droga. Ma cosa avrebbe scatenato la furia assassina in Binda? Secondo gli inquirenti proprio la sua fede estrema. Dalla ricostruzione sarebbe emerso che Binda avrebbe prima costretto Lidia ad avere un rapporto con lui, quindi si sarebbe pentito considerando la giovane la causa del suo peccato davanti a Dio, quindi l’avrebbe accoltellata. Un gesto caratterizzato dai “futili e abietti motivi” come riconosciuto dalla Corte di Varese e che avrebbero contribuito ad aggravare la sua condanna.

STEFANO BINDA E LA CONDANNA ALL’ERGASTOLO

La riapertura del caso di Lidia Macchi con l’attesa svolta avvenne tra il 2013 ed il 2014. Fu in quel periodo che tornò centrale una lettera anonima dal titolo “In morte di un’amica”, recapitata alla famiglia della ragazza uccisa nel giorno del suo funerale. Al suo interno, riferimenti espliciti alla morte di Lidia e per questo considerato dagli inquirenti una sorta di auto-confessione dell’assassino. Dopo la sua pubblicazione nel luglio 2014 sul giornale locale Prealpina e dopo la messa in onda della lettera in tv a Quarto Grado, una donna asserì di aver riconosciuto quella grafia attribuendola a Stefano Binda. “Mi colpì la grafia in quanto da subito mi sembrò familiare. Così andai a riprendere le cartoline che mi aveva spedito in quegli anni Stefano Binda e con sorpresa notai una grande somiglianza nella grafia stessa”, dichiarò agli inquirenti. Furono alcune perizie calligrafiche successive a confermarne la paternità di quello scritto. Numerosi gli elementi che negli ultimi anni furono raccolti contro l’uomo e che portarono all’inizio del processo, durante il quale Stefano Binda si è sempre dichiarato innocente. Dopo la sentenza all’ergastolo dei giorni scorsi, la sua difesa ha annunciato di voler proseguire nei successivi gradi di giudizio al fine di dimostrare l’innocenza dell’imputato. Il dolore di Paola Bettoni, madre di Lidia Macchi, anche in seguito alla sentenza dei giudici non sembra placarsi. Il suo pensiero è andato alla madre di Binda, anche lei alle prese con la perdita di un figlio.

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