ALFIE EVANS/ Una ragione nemica della possibilità e al servizio del potere

Nel caso di Alfie Evans il mistero umano della relazione tra figlio, padre e madre, simbolo dell’umana dipendenza, è stata scientemente distrutta. SALVATORE ABBRUZZESE

30.04.2018 - Salvatore Abbruzzese
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Tensione e proteste davanti all'ospedale in cui si trova Alfie Evans (LaPresse)

Il triste epilogo della vicenda del piccolo Alfie Evans costituisce per tutti un’occasione — l’ennesima — per riflettere sui limiti di una razionalità scientifica che, in realtà, può operare solo nell’ambito della probabilità e mai su quello della certezza. Ogni prassi scientifica accorta e non delirante, ammettendo costantemente la categoria della possibilità, deve infatti essere sempre aperta sull’imponderabile. Essa non deve mai rinchiudersi nel fortino delle certezze: soprattutto quando si tratta di stabilire se spegnere o meno una vita umana.

È ben triste che quest’ovvietà scientifica passi in second’ordine quando in discussione è l’autonomia di un’istituzione che non vuol vedere messe in discussione le proprie prerogative. Ogni “buona pratica” che dovrebbe aprire le porte alla prudenza e dovrebbe riconoscere il diritto dei genitori a cercare altre strade, passa in second’ordine quando è in gioco l’autorità riconosciuta. Dinanzi al materializzarsi del rischio di una possibile lesione del proprio potere, quest’ultima non esita mai a muoversi per vedersi sempre e comunque confermata nella propria autorità.

Una tale arroganza del potere dinanzi ad una ragione costantemente aperta sulle possibilità, è tuttavia superata da una cecità ancora più grave. Nel caso di Alfie Evans — esattamente come per i suoi precedenti — c’è infatti qualcosa di ancora più profondo che viene scientemente lasciato in disparte. Si tratta del mistero della relazione e, in particolare, di quella relazione primaria e essenziale che lega un padre ed una madre al loro bambino. 

Come già accaduto un anno fa per il caso del piccolo Charlie Gard, anche questa volta è sempre questa relazione a restare ignorata, a non essere presa minimamente in considerazione. Ci si limita, di fatto, alla certificazione clinica: esattamente come se un bambino fosse una specie vivente come le altre; come se il mondo umano non fosse che una variabile evoluta del regno animale. E soprattutto: come se la relazione tra genitori e bambino fosse omologabile a quella esistente in qualsiasi altra specie, riducibile quindi ad una serie di comportamenti etologici.

Ridotto ai suoi termini essenziali il problema ruota per intero intorno al riconoscimento di questa relazione e della sua autenticità. 

Chi ritiene che una tale relazione esista solo nell’universo immaginario dei genitori (e quindi non abbia nessuna corrispondenza nel bambino), può credere, in tutta serenità, che staccando la spina si ponga fine ad un decorso della malattia tanto inutile quanto destinato a fine certa. Chi invece ritiene che tale relazione sia stata invece assolutamente reale e quindi che i due genitori e il loro bambino abbiano intrattenuto un legame vitale non può vedere nell’atto di staccare la spina che una decisione inconsulta di sovrana indifferenza da parte dell’autorità dello Stato; lo sconfinamento di quest’ultimo in un’area della vita privata e della libertà dei singoli nella quale non ha nessun diritto di accesso. 

Poco importa infatti che la fine di quest’essere umano fosse segnata; poco importa che tutta la migliore e più onesta analisi clinica ne attestasse la fine certa: quell’abbraccio tra genitori e figlio andava mantenuto, quel legame d’amore infinito che legava i genitori al loro bambino aveva un valore inestimabile. Non averne tenuto conto, peggio: avere ritenuto che gli “interessi superiori” del bambino consistessero nel morire e non nel vivere dà semplicemente per scontato che una tale relazione con i genitori non esistesse.

Chi ha posto mano a interrompere una tale relazione; chi si è frapposto a quell’abbraccio, a quella tenerezza, non ha riconosciuto la radice dell’umano; allontanando da sé e da tutti noi il miracolo della vita intesa non come banale riproduzione biologica, ma come costruzione di un universo di senso dal quale discende tutta la specificità dell’essere umano e dello stesso cammino di civilizzazione che questi — al contrario del regno animale — porta avanti. 

La scelta del giudice Hyden dell’Alta corte di Londra, di spegnere le macchine che tenevano in vita Alfie Evans interrompe un tale corridoio umano e lo interrompe nella sua parte essenziale, nella sua scintilla originaria.

Uno Stato che non ammette una tale relazione; che la dichiara irrilevante quando non addirittura inesistente e non ne riconosce l’autonomia; uno Stato che non riconosce ad una coppia il diritto di portare il proprio bambino altrove per tentare altre cure altrettanto scientificamente qualificate, si arroga il diritto di arrestare una vita che non gli appartiene. Un tale Stato finisce così con il compiere un atto semplicemente dissacrante nei confronti di una relazione che in realtà è intoccabile perché è la radice stessa dell’umano.

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