BIMBO DONA I RISPARMI/ Al chirurgo che ha operato la mamma, perché solo da piccoli si ragiona col cuore?

Un bimbo di 5 anni ha donato i suoi risparmi a Pietro Caldarella, chirurgo dello Ieo che ha operato la sua mamma. Perché con i fondi per la ricerca non succede lo stesso? MONICA MONDO

07.04.2018 - Monica Mondo
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Dal profilo FB del dott. Pietro Caldarella

Tra tante quisquilie, Facebook regala perle che nella miriade di mi piace, cuoricini e pubblicità rischiano di andare perdute. Un medico dell’Istituto Europeo di Oncologia posta poco prima di Pasqua un messaggio che è una notizia, e occasione di riflessione culturale e politica. Un bambino, piccino, appena 5 anni, figlio di una sua paziente, gli porge una bustina con un bigliettino e tante monetine. Spiccioli, che deve aver raccattato tra gli spiccioli di qualche gelato o figurina, e messo pazientemente da parte. Per dire “grazie di aver curato la mia mamma, questi soldi sono per aiutare a curare altre mamme”. 

E l’esimio specialista commenta: “se a 5 anni un bimbo capisce l’importanza dei fondi per la ricerca, perché i finanziamenti pubblici in Italia per la scoperta di cure più efficaci sono sempre pochi?” Già, perché? Se il post in rete è diventato virale, significa che tanti l’hanno letto, meditato, e condiviso. Non con il pollice sullo smartphone, ma col cuore e la testa. 

La domanda purtroppo non ha riposte, o ne ha troppe, perché riusciamo a sbrogliare la matassa dell’insensatezza. Perché i soldi i vari governi che si succedono li spendono male, a parte la propaganda: è la considerazione più facile. Perché la burocrazia li disperde e li spreca, potremmo aggiungere. Perché si rattoppano malamente i buchi più grossolani, ma senza progettualità, senza una visione del futuro; perché non si ragiona sul bene della persona, ma si tira avanti, contando su qualche colpo di genio, fidandosi dell’intuito italico. Peccato che di italiche virtù se ne mostrino sempre meno, che i migliori trovino all’estero attenzione e fondi adeguati, e vadano a sperimentare e studiare altrove, in tutti i campi, e quel che è più grave in quello medico, che dovrebbe essere primario. Perché purtroppo tutti quanti, uno ad uno, ci occupiamo del bene comune quando i problemi ci riguardano da vicino, e chiudiamo occhi e orecchi quando toccherebbe pensare agli altri. 

Verissimo, e quel bimbetto innocente ci offre una lezione di generosità e pietà che abbiamo dimenticato, irrigiditi in un’indifferenza che sfiora il cinismo. Però votiamo, paghiamo le tasse, e vorremmo che lo Stato cui tocca la responsabilità di pensare a noi non continuasse a contare sulla nostra buona coscienza. Vorremmo che le buone pratiche cominciassero anzitutto da lì, e siamo sempre più delusi e stanchi, nel notare che ancora e sempre l’interesse prioritario delle nostre classi politiche è la spartizione del potere. 

Però c’è un’istituzione benemerita e d’eccellenza, in questo paese straordinario, a tratti, che si chiama Ospedale Pediatrico Bambin Gesù. Nasce quasi 150 anni fa perché dei bambini regalano per il compleanno alla mamma, la duchessa Salviati, un salvadanaio di terracotta, con i risparmi centellinati poco a poco, affinché lei potesse continuare a curare i suoi poveri. Ecco, le più belle storie nascono da gesti di carità. E sono i bambini, se li sappiamo guardare, a insegnarcela.

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