TUBO DUKIC/ Tutti assolti, ma è davvero finita questa soap giudiziaria?

Dopo otto anni, forse si riuscirà a mettere fine alla vicenda giudiziaria riguardante l’omologazione del cosiddetto tubo Dukic. ZACCHEO riassume le ultime sentenze del caso

16.05.2018 -
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Ci capiste un tubo nella vicenda del “tubo Dukic”, la marmitta catalitica dei miracoli che non è mai stata omologata? No, vero? Eppure ha tenuto banco in tv e sui giornali, per otto anni. Bene, nemmeno i giudici ci hanno capito niente e però, e validamente, hanno dedotto che il cumulo di accuse mosse da Anna Dukic contro la Motorizzazione civile non meritasse alcun seguito e hanno assolto gli indagati “perché il fatto non sussiste”. Si chiude così (tranquilli: continuerà, figuriamoci se non ci sarà l’appello!) dopo otto anni di calvario giudiziario e una montagna di spese legali (unico vero deterrente, contro il prevedibile “sequel!), il procedimento giudiziario avviato nel 2010 contro l’ex direttore generale della Motorizzazione civile, Maurizio Vitelli, e un suo collega dirigente, Vito Di Santo. La sentenza è firmata dalla Gip  Angela Gerardi, in adesione alla richiesta del pubblico ministero che l’aveva motivata “ritenendo insussistenti gli elementi costitutivi del reato ipotizzato”.

Una ricostruzione è opportuna, anche perché i titoloni sul “ministero inadempiente” e sul complotto pluto-massonico dell’Iveco e della Pirelli contro la marmitta dell’avvenire furono a caratteri di scatola mentre adesso, come sempre, la notizia della loro inconsistenza è invisibile sui media. Dunque: nel 2008 al ministero dei Trasporti arriva una domanda di omologazione del sistema Tre D Car Van, finalizzato all’abbattimento della massa di particolato emessa da autovetture e autocarri di massa complessiva fino a 3,5 tonnellate durante la circolazione. Società produttrice Dukic Day Dream rappresentata da Anna Dukic.

In pratica, secondo l’azienda, l’aggeggio, installato su auto Euro3, le avrebbe immediatamente proiettate nell'(allora) paradiso dell’Euro 4. La Dukic presenta così la richiesta di omologazione e la accredita adducendo alcune prove tecniche svolte e superate presso il Centro prove autoveicoli di Bari, organo periferico dello stesso ministero. Ma a Roma sono guardinghi: che sia solo per prudenza e scrupolo o per sfiducia verso Bari, non si sa. Sta di fatto che il 9 dicembre del 2009, la direzione generale della Motorizzazione, notifica alla Dukic di aver rilevato l’incongruenza di alcuni test e le indica  “i termini per la corretta esecuzione degli stessi”. Insomma le dice: signora cara, qua le prove che lei produce non ci convincono, le rifaccia e nel modo che diciamo noi, che è quello ortodosso. 

Qui, volendo, si potrebbe andare avanti un mese a spiegare, in sintesi – secondo la Motorizzazione  – oltre ad altre contestazioni “minori”, a quei test mancava la cosiddetta prova di durabilità, che verifica per quanto tempo una marmitta garantisce l’abbattimento delle emissioni e che il livello di riduzione della massa di particolato rimanesse costante nel tempo nelle ordinarie condizioni di uso del veicolo. 

L’intraprendente Dukic però non ci sta. E nell’Italia del Tar, cosa fa? Innanzitutto avanza formale diffida alla Motorizzazione intimandole di formalizzare una decisione: “Sì o no”, anziché dire: “Così no, ritenta”.  E quando a metà 2010 l’amministrazione ripete le sue indicazioni, la Dukic lo denuncia al Tar e penalmente. Si becca due sganassoni: il Tar la respinge (due ricorsi, sulla prima e sulla seconda indicazione del minisero!) e la Procura archivia.

Ma sul fronte penale, invece, la coriacea signora rilancia. E ha un’intuizione geniale – perché tale è, marmitte a parte. Comprendendo le dinamiche surreali della giustizia italiana più di un Cesare Beccaria, diversifica i fronti d’attacco. Quindi, deve prendere atto della prima archiviazione, da parte della procura di Roma, datata 2011, quando il Gip, su richiesta dello stesso pubblico ministero, definisce insussistenti gli elementi costitutivi del reato ipotizzato, e sottolinea quasi seccato come di fatto la Dukic pretendesse la sostituzione da parte della procura dell’attività della pubblica amministrazione… Ma cambia gioco, con un traversone smarcante, e reitera la denuncia davanti alla Procura di Terni, nel luglio del 2012, con un nuovo impianto accusatorio col quale sostiene in sostanza che la richiesta di ulteriori prove, da parte del Ministero, mirasse a impedire alla sua azienda di entrare sul mercato per favorire l’asserito monopolio della Pirelli, una società minore del cui gruppo faceva effettivamente marmitte omologate.

Terni esamina e gli atti e li rimanda a Roma: ovvio, per competenza territoriale. Tre anni fa, a fine giugno 2015, il Pm di Roma Giorgio Orano chiede nuovamente l’archiviazione, rilevando che la pratica è la stessa già cestinata. Il Gip concorda. Ma… qui capita l’unico “round” di questo interminabile match vinto ai punti dalla Dukic perché il Gip ordina comunque un’integrazione delle indagini, all’esito delle quali il procedimento viene iscritto nel registro per il sospetto reato di omissione di atti d’ufficio. Nel frattempo, la Dukic, inarrestabile come una schiacciasassi, presenta un’ulteriore richiesta di omologazione, nell’ottobre del 2015, e si becca un altro due di picche. 

Il pm chiede l’archiviazione. Ma il Gip stavolta respinge e ordina al pubblico ministero di formulare l’imputazione per il reato di incriminare Maurizio Vitelli e Vito Di Santo per omissione di atti d’ufficio. Ieri, la fine di questo nuovo round con la sentenza che riarchivia la posizione dei due dirigenti e – dettaglio interessante – si diffonde sul tema dell’efficacia dei filtri anti-particolato omologati oggi, citando gli studi del Cnr e dell’Istituto superiore di sanità, per dire che “alla luce di tali studi, a oggi il filtro anti-particolato si ritiene la migliore tecnologia disponibile per ridurre le emissioni di particolato allo scarico dei motori diesel sia in termini di massa che di numero di particelle”. E quanto alla Dukic, il Gip scrive che il diniego dell’omologazione “va ricondotto a una pluralità di fattori tra cui il mancato impegno della ditta a effettuare le prove di durabilità”. Insomma: se l’impresa fosse stata così sicura del fatto suo, non avrebbe dovuto far altro che sottoporsi alle nuove prove richieste dal ministero. Elementare, Watson.

E per queste ragioni “non può che concludersi nel senso della insussistenza della prova del reato contestato agli imputati”, scrive la Gip Gerardi, “nei cui confronti, pertanto, deve pronunciarsi sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste”.

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