LANCIA FIGLIASTRA DA CAVALCAVIA/ E poi si suicida: quando la realtà è (solo) un gioco di potere

Fausto Filippone (49 anni) ha gettato da un cavalcavia dell’A14 la figlia della convivente, Ludovica (12 anni) per poi buttarsi. Stessa sorte ha provocato alla compagna. MAURO LEONARDI

21.05.2018 - Mauro Leonardi
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Fausto Filippone in procinto di buttarsi (LaPresse)

Ieri, vicino a Francavilla al Mare (Chieti), si è consumata una tragedia dai contorni ancora non del tutto chiari. Un uomo di 49 anni, Fausto Filippone, intorno all’ora di pranzo ha scavalcato il parapetto dell’autostrada A14 insieme a una bambina di 12 anni, Ludovica. Poco dopo ha gettato giù la piccola che, a seguito di una caduta di circa 40 metri, è morta sul colpo. L’uomo, aggrappato alla rete, ha urlato “scusa, scusa” per l’intera giornata impedendo a chiunque di avvicinarsi minacciando di gettarsi a propria volta: minaccia che, in serata, ha realizzato. Collegata a questa vicenda drammatica ce n’è un’altra che ha preso forma poco per volta. Sempre a Chieti, una donna, Marina Angrilli, era caduta da un balcone. Nel corso delle ore è stato accertato che costei era la convivente dell’uomo nonché la mamma di Ludovica. Fino a questo momento non è possibile conoscere la dinamica esatta dei fatti: in ipotesi, quello della Angrilli potrebbe non essere un incidente ma un suicidio o, addirittura, un omicidio. O meglio, di certo c’è la cosa più drammatica e cioè che Filippone ha gettato la piccola dal cavalcavia causandone la morte.

Mi chiedo perché una mente sconvolta, nel momento in cui intende mettere fine alla propria vita, cerchi spesso di portare con sé i propri cari. Alcuni sostengono che un suicida non possa sopportare l’idea che qualcuno gli sopravviva e questa idea mi sembra verosimile. Ma, lungi da essere generosa come potrebbe sembrare a prima vista, questa follia nasconde a mio parere un fortissimo egocentrismo (evito di proposito di usare la variante morale del termine, e cioè “egoismo”). È come se il mondo, comprese le vite di chi ci è caro, stesse tutto sulle nostre spalle. Secondo questa prospettiva malata, la vita di chi mi è vicino dipende in tutto da me per cui, se io muoio, nessuno deve rimanere vivo perché senza di me nessuno può vivere.

Non è politicamente corretto dirlo ma sono convinto che il suicidio, a volte con cause patologiche, sia sempre una fuga dalle proprie responsabilità e sottenda un sottile gioco di potere: anche gli eventi di Francavilla al Mare lo dimostrano tragicamente. Chi ne dubita si metta davanti agli occhi la scena terribile del corpo inerte di Ludovica cui nessuno poteva avvicinarsi per ore perché il Filippone non lasciava che nessuno la toccasse, provasse a soccorrerla, la potesse almeno ricomporre. Ecco un fotogramma lucidamente terribile che mostra una vicenda in cui un amore malato confonde tragicamente l’affetto con il possesso e non comprende che il vero bene si basa sulla gratuità e sulla libertà delle relazioni.

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