“Vietato studiare, godetevi la vita”/ Corso Yale su felicità il più seguito: meglio la ‘ricetta’ o l’incontro?

- Niccolò Magnani

A Yale il corso sulla felicità è il più seguito: “vietato studiare, godetevi la vita”. Una provocazione: basta la ricetta, la definizione per essere felici o piuttosto serve un incontro?

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Il corso in università sulla felicità (LaPresse)

Forse capire che cosa sia la felicità è la domanda più antica del mondo e non sarà certo un corso universitario a rivelarcelo: ecco, peccato che a Yale – uno degli atenei più prestigiosi e frequentati al mondo – il corso più seguito è proprio quello che invita a non studiare ma “a godersi la vita”. Si chiama “Psychology and the Good Life” ed è il corso più seguito a Yale da quando è stata fondata, nel 1701. «Istituito dopo i numeri allarmanti sulla salute mentale degli studenti americani del college (17-21 anni), ansiosi, infelici e stressati in quello che dovrebbe essere il momento più bello della vita», ci informa il Corriere della Sera dopo l’articolo di qualche settimana fa del Washington Post. Gli studenti parlano di quel corso come di quello più importante della loro vita e per il loro curriculum: attenzione però, non cadiamo nella “banale equazione” degli studenti scansafatiche che seguono il corso dove si studia di meno. Di certo alcuni avranno quel obiettivo, ma la stragrande maggioranza di quegli studenti – si sono iscritti online quasi 110mila studenti da oltre 168 Paesi di tutto il mondo! – segue quelle lezioni e quelle riflessioni sulla “psicologia della vita buona” perché sente un vuoto dentro di sé. In un mondo sempre più ripiegato su se stesso e con l’idolo della “socialità” intesa come estrema manifestazione di ciò che siamo in grado di fare o di quanto siamo bravi a scegliere la cosa giusta, la ricerca della felicità è qualcosa di sempre meno banale e sempre più urgente.

LA FELICITÀ? IL “MISTERO” DI UNA DEFINIZIONE SFUGGENTE

C’è un però che non ci lascia tranquilli e che non ci fa “esultare” davanti alla notizia di una ricerca sfrenata di seguire il corso dove si “impara” cosa è la felicità. Ci viene in mente un esempio che molti anni fa ripeteva un importante educatore cattolico: se un bambino si sente triste, solo, disperato cosa lo renderà compiuto e felice? Un libro in cui legge cosa sia la felicità? Qualcuno che gli insegna cosa deve fare per dover essere felice? Un gioco che lo allena alle bellezze e fantastiche esperienze della vita? Nulla di tutto questo: l’unica cosa che renderà felice quel bambino è l’abbraccio della madre, l’incontro che lo rassicura con la sua semplice presenza, anche senza dirle nulla. «E’ come un’illogica allegria; di cui non so il motivo; non so che cosa sia; E’ come se improvvisamente; mi fossi preso il diritto; di vivere il presente»: il grande cantautore Giorgio Gaber lo esprimeva così il concetto di “vivere il presente”, con la nostalgia di una presenza in un lungo viaggio che è la vita. Un corso che insegna “la felicità” – e che prevede test sull’automiglioramento, sulla riflessione del proprio sé più propositivo e positivo, e cosi via – non si tratta di una mera “americanata” ma dell’esemplificazione di quello che quasi tutti cerchiamo nelle nostre esistenze e che sicuramente tutti, prima o poi, ci scontriamo sulla sua inconsistenza. Una ricetta, una definizione, un modo per “schematizzare” quello che non è schematizzatile: ovvero il desiderio di bene, di vero, di felicità. Del resto signori, riflettiamoci un secondo: cosa rende più felici, leggere che “la felicità è l’amore della donna amata” o piuttosto il bacio, l’abbraccio, l’incontro con la stessa, reale, viva, presente, “incarnata” compagna?



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