SUICIDA IMPRENDITORE SFOLLATO/ Dove non arriva il terremoto ci pensano i burocrati

- Fabio Capolla

Massimo Dell’Orso, 56 anni, sfollato dall’ottobre 2016, ha tentato di riavviare la sua attività imprenditoriale, ma non ce l’ha fatta. E non ha retto. FABIO CAPOLLA

terremoto_5_abruzzo_marche_pescaradeltronto_lapresse_2018
Zone terremotate, ricostruzione fallita (LaPresse)

Mi appresto a scrivere questo articolo e arriva sul mio cellulare la notifica dell’ultima scossa di terremoto. Due minuti fa appunto l’ennesima, la sesta nelle ultime 5 ore nel centro Italia. Ormai è impossibile contarle, giorno dopo giorno. Scosse che hanno ripreso con una frequenza a dir poco esagerata, che incutono timore, che non fanno dormire e, purtroppo, spesso non fanno vivere. 

La notizia è stata lanciata da tanti organi di informazione, ma in diverse occasioni, in mezzo a tante altre, ha giocato quasi a nascondersi, a non far emergere il dramma che la gente terremotata sta continuando a vivere. Protagonista un imprenditore di Castelsantangelo sul Nera (Macerata), Massimo Dell’Orso, 56 anni, che da oltre un anno viveva sfollato in Abruzzo, sulla costa teramana, ad Alba Adriatica. Nel suo paese, quello che era stato epicentro di una delle più forti scosse dello scorso anno, sperava di tornarci. Sperava di riuscire a far risorgere quei bed and breakfast che erano stati il suo lavoro, a cui aveva dedicato la sua dedizione quotidiana, il suo impegno, la sua voglia di vivere e di guardare al domani. 

La depressione post-sisma, le difficoltà burocratiche che i terremotati incontrano giorno dopo giorno nel cercare di far tornare le cose com’erano, lo scontro con una natura matrigna che non lascia tregua, che fa tremare la terra nei momenti più impensabili, hanno portato quest’uomo a un atto di coraggio o disperazione, dipende dai punti di vista. Ha aperto la finestra e si è lanciato di sotto, nel vuoto, cercando morte sicura.

Decidere di morire vuol dire vedere il nulla davanti a sé, nessuna possibilità di un futuro sereno, magari felice. L’imprenditore aveva 56 anni; a Castelsantangelo sul Nera, l’ultimo paese delle Marche prima di arrivare in Umbria, i suoi tre bed and breakfast erano stati resi inagibili dal terremoto. Ma non si era dato per vinto aveva già annunciato di voler ricominciare da capo. Insieme alla moglie aveva rinunciato alle casette costruite nell’emergenza e dalla costa teramana seguiva il progetto di realizzare le nuove strutture ricettive nella Vallinfante, a Gualdo di Castelsantangelo sul Nera. Non c’è riuscito, non ce l’ha fatta, lottando contro tutto e contro tutti. 

Le cronache parlano dell’insorgere di problemi fisici, ma sicuramente non sono stati questi gli elementi che lo hanno portato al tragico gesto. Forse sono proprio coloro che gestiscono più la burocrazia che la ricostruzione a doversi oggi porre domande le cui risposte potrebbero essere collegate al loro lavoro quotidiano, alla lentezza con cui la gente riesce a riavvicinarsi alla propria terra, al proprio lavoro, ai propri mestieri, ai propri affetti. Una lentezza che uccide. E non solo in senso letterale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori