Tinto Brass come Sofocle/ In causa con i figli per la gestione del patrimonio

- Davide Giancristofaro Alberti

Tinto Brass come Sofocle: in causa con i figli. In tribunale per la gestione del patrimonio. Battaglia legale fra il noto regista e i suoi eredi per l’amministrazione

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Tinto Brass in compagnia della moglie Caterina - Facebook
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IMPUGNATA LA SENTENZA

Finisce in tribunale la gestione del patrimonio dei beni dell’85enne Tinto Brass, maestro del cinema erotico italiano. I figli temono che il proprio padre possa dilapidare le ricchezze accumulate negli ultimi decenni, e di conseguenza si sono rivolti ad un giudice, chiedendo che le stesse vengano amministrate dalla moglie di Brass, tale Caterina Varzi, 57enne ex avvocato. Peccato però che né la moglie, né ovviamente il marito, siano d’accordo con questa decisione, ed avrebbero fatto ricorso affinché venga modificata. L’istanza è stata presentata il 13 settembre del 2017, da uno dei figli del regista, Bonifacio, che ha deciso di fare ricorso ai tribunali ad un mese circa dal matrimonio del padre con la Varzi.

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IL COMMENTO DI TINTO BRASS E DELLA MOGLIE

Il giudice ha pronunciato la propria sentenza nel mese di marzo 2018, nominando amministratore unico dei beni proprio Caterina, che però si dice contraria: «Non ha senso nominare un amministratore se c’è una moglie che può aiutarlo – dice la stessa donna, intervistata sulla vicenda dai microfoni de Il Corriere della SeraTinto è persona capace e autonoma». La donna, prima di fare ricorso, ha deciso comunque di accettare l’incarico di amministratore, ma non a cuor leggero: «Di fronte alla decisione del giudice di nominare un amministratore – ha spiegato la moglie del regista – ho pensato che quantomeno quell’amministratore dovessi essere io, per evitare intromissioni di estranei nella nostra vicenda umana». Anche lo stesso Tinto si è sfogato al quotidiano meneghino, paragonandosi a Sofocle: «Quando aveva novant’anni fu accusato di dilapidare il suo patrimonio – il maestro del cinema ricorda l’episodio storico – ma Sofocle chiese al giudice una cosa semplice: ‘Dica lei se sono un folle’. Non solo non lo condannarono, ma lo portarono a casa in trionfo».

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