MEDJUGORJE/ E il commissario del papa: la nostra fede non può stare senza la Chiesa

- Federico Pichetto

Mons. Henryk Hoser è stato nominato dal Papa visitatore apostolico speciale per la parrocchia di Medjugorje. La santità può esserci solo nell’alveo dell’istituzione. FEDERICO PICHETTO

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La veggente Marija Pavlovic nello stadio di Palermo nel 2012 (LaPresse)

Medjugorje. Come spesso è accaduto nei momenti decisivi della vita del nostro paese, è la Chiesa a compiere i gesti più significativi per indicare un modo umano per vivere gli avvenimenti della storia. La notizia secondo la quale mons. Henryk Hoser è stato nominato dal Papa visitatore apostolico speciale per la parrocchia di Medjugorje, proseguendo così il suo precedente incarico di inviato speciale per conto del Pontefice, sembra che nulla abbia a che fare con l’attualità politica, sociale e personale di ciascuno di noi. Al contrario la nomina del vescovo emerito di Warszawa-Praga (Polonia), da sempre molto positivo nei confronti delle apparizioni mariane nel piccolo villaggio bosniaco, ha la capacità di richiamare a tutti i cristiani e agli uomini di buona volontà alcuni elementi cardine del vivere. 

Anzitutto, a livello teologico, essa riafferma il legame imprescindibile tra Pietro e Maria, tra la dimensione istituzionale e quella spirituale della Chiesa: non esiste vera appartenenza all’Istituzione al di fuori di un cammino autentico di spiritualità — pena il decadere in un atteggiamento identitario di stampo veterotestamentario; e non esiste vero cammino spirituale senza appartenenza all’Istituzione — pena il decadere della fede in un irragionevole fideismo che si nutre di magie e di emozioni più che di atti di vera libertà. 

Ad un livello più profondo, però, la scelta di mons. Hoser è un invito a non scindere mai le istanze dello spirito dalle necessità della storia. Ci troviamo oggi, nel cosiddetto Occidente, a fronteggiare istanze spirituali che contestano, in nome di un primato del soggetto sulla collettività, sia la logica della globalizzazione, sia i fenomeni migratori, sia, in maniera sempre più crescente, il progresso in quanto tale. Uno spirito critico, egoista e sospettoso, votato alla ricerca della purezza e all’identificazione dell’altro come pericolo, si fa strada nella storia col nome di populismo. Questa istanza spirituale, che chiede allo spirito umano un sussulto di dignità contro le cosiddette élites, ha bisogno — per non diventare totalitarismo — di non perdere di vista le necessità concrete della storia, il rapporto con la realtà. Come a Medjugorje i veggenti e i pellegrini hanno bisogno della paternità di mons. Hoser per non cadere nella tentazione di costruire un’altra Chiesa di Santi e di puri, così i populismi hanno l’esigenza di rapportarsi con la paternità concreta dei numeri e dei fatti per non cadere nella tentazione di una spirale autoritaria e violenta. 

Infine, è chiaro che la nomina del Papa apra la strada ad una riflessione per tutti sulla necessità che il cammino personale di ognuno faccia i conti con la compagnia della Chiesa: non c’è strada personale senza rapporto con una Comunità, non c’è Comunità senza strada personale. Dal Vaticano, insomma, con semplici gesti e atti a volte quasi scontati, non si cessa mai di rivolgere al cuore di tutti l’appello affinché — qualunque cosa accada o qualunque circostanza ci si ritrovi a vivere — non si perda di vista l’umano, le sue esigenze, la sua aspirazione alla libertà. Nella nomina di mons. Hoser il Papa regala all’Occidente un atto di paternità inaspettato e inaudito. Un atto posto perché possa essere segno, ma soprattutto perché possa diventare metodo.

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