Roma, omicidio Sara Di Pietrantonio: motivazioni sentenza Paduano/ Corte “pentimento non credibile e tardivo”

- Niccolò Magnani

Omicidio Sara Di Pietrantonio: motivazioni sentenza d’Appello a Roma, 30 anni a Vincenzo Paduano. “Pentimento non credibile, strumentale e tardivo”: le ultime notizie

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Delitto Sara Di Pietrantonio: 30 anni a Vincenzo Paduano

I giudici della Corte d’Appello di Roma hanno emesso oggi le motivazioni della sentenza sul caso Sara Di Pietrantonio, la ragazza uccisa il 29 maggio 2016 dall’ex fidanzato Vincenzo Paduano, prima strangolata e poi bruciata nella sua auto: l’ergastolo dato in primo grado non veniva confermato e la Corte romana emise lo scorso 8 maggio sentenza di 30 anni di reclusione suscitando non poche polemiche. «Scuse tardive e strumentali», hanno scritto i giudici nelle motivazioni della sentenza di 2° grado sul caso che ha tenuto le cronache nazionali impegnate per diverse settimane; «Sono soddisfatta, trent’anni di reclusione per un ragazzo così giovane sono tantissimi», ha commentato Concetta Raccuia mamma di Sara, dopo la sentenza d’Appello. «Le scuse di Paduano sono tardive e strumentali e soprattutto non sono credibili in merito a quanto affermato nel processo di primo grado», si legge nelle carte riportate dal Corriere della Sera.

LE 68 PAGINE DI MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA

«Ha pianto per se stesso direi, perché è una pena molto dura. Posso sembrare cinica, ma non credo che Paduano si sia pentito: credo che per arrivare a un pentimento vero dovrà essere aiutato molto ancora perché da solo non può farcela», raccontava ancora la mamma Di Pietrantonio solo un mese fa, anticipando di fatto quanto gli stessi giudici hanno compreso e scritto nelle 68 pagine di motivazioni sulla sentenza Paduano. «Egocentrismo e assenza di resipiscenza avrebbero contraddistinto il comportamento di Paduano», secondo il giudizio dello staff sanitario di Regina Coeli, citato dai giudici. Non vi sarebbe insomma stato vero pentimento dietro all’omicidio ignobile perpetrato ai danni della ex fidanzata della quale voleva divenire «padrone unico della sua vita», come detto dall’accusa durante il processo in Corte di Appello.



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