LETTERA SUI MIGRANTI/ Che ne sappiamo noi di Josefa e Locki?

- Paolo Vites

Di fronte al dramma di tanti uomini e donne che aspirano a una vita migliore, “è come se le logiche ministeriali o comportamentali fossero la cosa più importante”. PAOLO VITES

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LaPresse

Caro direttore,
ho letto con attenzione i due recenti articoli di Giuseppe Frangi e Davide Rondoni sul tema migranti, due persone che stimo moltissimo. Il primo perché critico d’arte che non manca mai di farci vedere dove è la bellezza, il secondo perché poeta e scrittore che sa tramutare ciò che scrive in bellezza. Ma devo ammettere che sono perlomeno confuso da quanto hanno scritto e non credo siano d’aiuto a districarsi in quanto viviamo tutti i giorni, anche se sicuramente è un problema mio. Stiamo vivendo il periodo più drammatico della storia dai tempi della Seconda guerra mondiale, ma è come se le logiche ministeriali o comportamentali fossero la cosa più importante. Le tragedie che vediamo scuotono tutti, ho amici atei che hanno pianto davanti alle recenti foto che sappiamo; sono dei sentimentalisti buonisti? Non abbiamo capito che le teorie su come “fermare” i migranti, o accoglierli in modo affrettato con anche infiltrazioni della criminalità fanno parte di giochi politici che dimenticano il bisogno vero della gente? Chissenefrega di buoni e cattivi. Davvero i cristiani devono farsi dire come comportarsi di fronte a questo dramma? Lo trovo scioccante.

Le distinzioni fra migranti e migranti, quelli che fuggono dalla guerra e i migranti economici, sono poi l’ultima frontiera della perdita di ogni rispetto per la dignità dell’uomo, ma nei due articoli citati non ne ho trovato traccia. Ai primi si dà rifugio, ai secondi no. Forse che i nostri bisnonni che lasciavano l’Italia non erano tutti migranti economici?

Non ci si può più fermare a queste etichette. A farcelo capire è arrivata Josefa. La donna salvata dopo due giorni in mare, più morta che viva, con a fianco i cadaveri di una mamma e del suo bambino. Ci avevano detto che era una bufala, stiamo ancora aspettando che qualcuno ci dica cosa sia successo. Josefa non fuggiva dalla guerra e non si è massa in viaggio neanche per motivi economici: “Ha raccontato di essere fuggita dal Camerun da un marito violento che la picchiava perché lei non poteva avere figli e di aver subìto nuove violenze una volta in Libia”. Magari Josefa non sapeva che anche in Italia un sacco di donne subiscono violenza dai loro mariti, ma dove la mettiamo Josefa? Tra che tipo di migrante? Quelli da affogare?

Ognuno di loro è una storia drammatica personale, non sono masse da muovere come soldatini, chiamarli “migranti” è di per sé umiliante, dispregiativo, dietro ognuno di loro c’è un percorso personale di cui nessuno si cura di informarsi. In compenso si chiedono regole e trattati internazionali farlocchi.

Sotto casa mia da settimane c’è un ragazzone di colore che chiede l’elemosina. Per giorni mi sono chiesto perché venisse in un posto dove c’è poco passaggio, però lo guardavo e rimanevo affranto dalla sua magrezza, dagli abiti sporchi, così ho cominciato a lasciargli qualche moneta, cosa che non faccio mai. Poi ho cominciato a fermarmi a parlare con lui. Viene dal Ghana, uno dei pochissimi paesi africani dove c’è un discreto livello economico e anche la democrazia. E’ cristiano, in Ghana sono la maggioranza. Perché non sei restato a casa, gli ho chiesto? Mi ha detto che la sua famiglia aveva un allevamento di polli, ma qualcuno li ha rubati, hanno provato a ricominciare ma le prospettive di crescita sono scarsissime. “Tutti i giovani pensano all’emigrazione come principale scopo della vita. Si tratta di un pensiero profondamente radicato nelle loro menti” dice Delali Margaret Badasu, direttore al Centro per gli studi sulle migrazioni dell’Università del Ghana (dal sito ghanaway). Aggiungendo: “Se vai ad Accra non c’è lavoro, se vai a Kumasi non c’è lavoro. Così l’unica opzione per una vita migliore è cominciare il viaggio verso l’Europa”. Figuriamoci quelli degli altri paesi africani. Chi siamo noi per dire loro di no? Che ne sappiamo di Josefa che aveva un marito che la picchiava e di Locki a cui hanno rubato i polli? Siamo diventati solo gente che ha a cuore il proprio benessere personale, diceva Zygmunt Bauman.

Mi hanno spiegato anni fa che il cristianesimo in Europa ai tempi degli antichi romani si è imposto non per le teorie teologiche ma quando alcuni cristiani, durante un’epidemia di peste nel sud della Francia, invece di fuggire e abbandonare i morenti come facevano tutte le persone “normali” a quei tempi, sono rimasti e si sono messi ad accoglierli, a curarli, a far loro compagnia mentre morivano. Tutti gli altri rimasero scioccati: ma questi chi sono, si chiedevano? E’ così che è nato il cristianesimo e così oggi forse potrebbe risorgere.

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