TRATTATIVA STATO-MAFIA/ Testimonianze tardive e dimenticanze, ma qualcosa non torna nella sentenza…

- Silvana Palazzo

Trattativa Stato-mafia, dimenticanze e testimonianze tardive: i giudici fanno i nomi nelle motivazioni della sentenza. Da Violante a Conso e Mannino. Le ultime notizie

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Strage di Capaci, 26 anni fa l'attentato a Giovanni Falcone (Wikipedia)

La Corte d’Assise di Palermo ha depositato le motivazioni della sentenza di aprile sulla cosiddetta “trattativa” Stato-mafia. C’è però qualcosa che non torna, e questi aspetti sono stati analizzati dal Foglio. I giudici sostengono che la Trattativa accelerò la morte di Paolo Borsellino, ma si fa riferimento ad una conversazione che la vittima avrebbe avuto con la moglie prima di morire. Non ci sono prove neppure sul fatto che Riina abbia fatto uccidere Borsellino dopo aver percepito la disponibilità dello Stato ad una trattativa “come un segnale di cedimento delle istituzioni”. Perché Cosa nostra di fronte a un presunto invito al dialogo da parte dello Stato avrebbe dovuto uccidere Borsellino mandando tutto all’aria? Il Foglio ritiene dunque che le conclusioni dei giudici di Palermo siano «in totale contraddizione con la sentenza del processo Borsellino quater della Corte d’Assise di Caltanissetta depositata pochi giorni fa, specificamente incentrata sulla strage di Via D’Amelio, dove si afferma che Borsellino venne ucciso perché si stava occupando in maniera sempre più convinta dell’inchiesta mafia-appalti, non perché si fosse opposto a una trattativa». Infine, una riflessione sul tempismo con cui le motivazioni della sentenza di Palermo sono state depositate, cioè proprio il giorno dell’anniversario della morte di Borsellino: «Dà l’mpressione di una mossa finalizzata a coprire con retorica e suggestione i vuoti sostanziali della sentenza». (agg. di Silvana Palazzo)

TRATTATIVA STATO MAFIA: I GIUDICI FANNO I NOMI DEGLI “SMEMORATI”

Nella “trattativa” Stato-mafia hanno un ruolo tutt’altro che margine i cosiddetti “smemorati”, cioè quei politici ed alti esponenti dello Stato che sono rimasti lontani dal banco degli imputati ma che hanno ricordi “certamente tardivi”. Nelle oltre cinquemila pagine delle motivazioni della sentenza sul patto tra boss e istituzioni ci sono anche loro. Come Luciano Violante, considerato credibile dalla Corte d’Assise quando racconta dei tentativi di aggancio di Vito Ciancimino, ma prima del 2009 non ne “aveva mai fatto cenno ad alcuni”. I giudici poi ritengono che le dichiarazioni di Liliana Ferraro, la donna che sostituì Giovanni Falcone al ministero, “non possono non suscitare forti perplessità”. I giudici citano l’ex guardasigilli Giovanni Conto, scomparso mentre era ancora indagato per false informazioni ai pm: si fa segnalare per “l’assolutamente evidente (e appariscente) contrasto”. Come riporta il Fatto Quotidiano, nella migliore delle ipotesi si tratta di persone che hanno riferito fatti da loro “dimenticati” per moltissimi anni. Nella peggiore invece hanno mentito, ma non ci sono prove per sostenerlo. 

DIMENTICANZE E TESTIMONIANZE TARDIVE

Nelle motivazioni della sentenza sulla “trattativa” Stato-mafia c’è riferimento alla testimonianza dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, anche lui morto a indagine in corso. Viene definita “sorprendente” dai giudici. “In assenza e prima di qualsiasi domanda o cenno, ha spontaneamente escluso la sussistenza, non soltanto di una qualsiasi possibile trattativa tra Stato e mafia” ma anche “il possibile legame tra il regime del 41-bis e le stragi del 1993”. I giudici segnalano che “ove si volesse escludere la consapevole reticenza del teste, può trovare una qualche giustificazione soltanto il lungo tempo trascorso o di patologie dovute all’età avanzata”. E poi ci sono le “sollecitazioni” di Nicola Mancino al consigliere dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, che sono “un’iniziativa certamente censurabile”. Mancino è stato assolto dal reato di falsa testimonianza: non ricordava che Claudio Martelli gli avesse parlato delle manovre del Rod del genere Mario Mori con Ciancimini. Per i giudici non mente Martelli, che potrebbe non rammentare “con precisione e completezza” quanto riferito a Mancino, ma non mente neppure Mancino che considerava i contatti tra carabinieri e mafia “una problematica per lui, in quel momento, sicuramente secondaria”. Dunque il 4 luglio 1992 il ministro dell’Interno e quello della Giustizia parlavano della Trattativa ma senza capirsi. Due settimane dopo morì Paolo Borsellino.

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