TRENO INVESTE E UCCIDE 2 BIMBI/ Chi salva la nostra vita, se questa svanisce in un attimo?

Cosa pensare di fronte alla tragedia dei due bambini di Albairate, Lorenzo e Giulia, 12 e 6 anni, investiti dal treno insieme alla madre a Brancaleone (Reggio Calabria)? FEDERICO PICHETTO

10.08.2018 - Federico Pichetto
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Il luogo dell'incidente (LaPresse)

Caro direttore,
il treno che ha investito i due bambini di Albairate, Lorenzo e Giulia, di dodici e sei anni, in vacanza con la mamma a Brancaleone vicino a Reggio Calabria, squarcia il ronzio di tante chiacchiere estive riportando davanti agli occhi di tutti un fatto elementare eppure non scontato: nessuno detiene il potere sulla vita, nessuno domina o controlla la vita. La storia ha spesso illuso che così non fosse: orde di uomini si sono imposti a tutte le latitudini nella certezza di poter disporre della vita altrui, uccidendo e facendo morire, disponendo e manipolando. Ma basta che arrivi un pomeriggio d’estate e una bimba lasci la mano della mamma che la stringe, cominciando per gioco a ridere e a correre, inseguita dal fratellino che cerca di riprenderla e di riportarla indietro, che d’un tratto tutta la pretesa onnipotenza dell’uomo si disfa come quei fiori solenni che, al vibrar del vento, sperdono tutto esibendo mesti uno sparuto stelo. 

Quando si parla del male, del male di una malattia, di una morte improvvisa, di una calamità, il credente alterna nel suo animo un misto di pace e di imbarazzo. La pace coincide con la percezione del fatto che l’esistenza sia Mistero, nelle mani di un Mistero, intessuta di Mistero. L’imbarazzo, però, s’affaccia tutte le volte che con questa parola così nobile e profonda — Mistero — l’uomo s’accinga a voler spegnere il dolore che il male provoca, quasi che la grandezza di questo Mistero potesse essere sufficiente all’abisso del cuore che invece chiede senso, chiede giustizia, chiede verità, bellezza, bontà. 

Tutto quel che l’uomo sa, o può sapere, non basta a rispondere a quel ch’egli sente fremere dentro di sé. Prendendo a prestito le parole dal mondo dei pagani si potrebbe dire che non esiste logos che possa placare il pathos, non esiste ratio che possa saziare l’animus. Riecheggia qui l’esperienza biblica di Giobbe, un uomo la cui storia è stata tramandata addirittura in due versioni: colpito da ogni male e da ogni forma di cieca ingiustizia, egli era spinto dal contesto circostante — quello che gli studiosi chiamano “tradizionale” — a legittimare e giustificare tutto in nome di una Sapienza più grande che agli uomini doveva sfuggire. A questo Giobbe, raccontato nell’omonimo libro secondo i dettami della prosa, s’affianca un altro Giobbe narrato nello stesso libro con i canoni della poesia: egli è un contestatore che non s’accontenta di una ragione che si proponga di spiegare tutto e che consideri comunque razionale anche ciò che non è ancora non riesce a spiegare; egli non s’accontenta di un ragionamento, seppur raffinato. 

Giobbe, infatti, sa che nessun ragionamento potrà portare indietro quella bambina e il suo fratellino, che nessuna consolazione potrà riempire lo strazio del vuoto che si apre dinnanzi allo strappo che lacera il cuore di un’intera famiglia. A poco servirebbero anche gli psicologi o i preti, strumenti ancora troppo umani per rischiarare davvero il buio che d’improvviso abita l’anima. 

Quel che cambia la vita di Giobbe, e che lo fa restare per sempre tra gli amici più veri dell’esperienza umana, è l’incontro reale con quel Mistero tanto favoleggiato, ragionato e descritto. Commuove fino alle lacrime leggere l’impressionante resa del piccolo sapiente d’Israele quando, dinnanzi all’incalzare delle domande di Dio, s’inginocchia e dice: “Prima Ti conoscevo per sentito dire, ma adesso i miei occhi Ti vedono”. 

Ecco: ciascuno potrebbe scrivere fiumi di inchiostro su quella mamma, sui suoi bimbi e su ogni vicenda della vita. Ma neppure la lettera più bella potrebbe mai sostituire la pienezza di una Presenza, l’inizio di una vera familiarità con un Mistero per anni nominato, ma mai stato realmente amico. E forse è questa la ragione ultima di ogni fatto che accade: permettere all’uomo di incontrare di più, e per sempre, ciò che davvero può colmare il suo bisogno, il suo grido. Perché Dio non fa come quei genitori che ti regalano il motorino se sei promosso, Dio non risponde alla nostra fatica e al nostro strazio con qualcosa che sta al di fuori di quella fatica e di quello strazio: Dio risponde al vuoto con un pieno, riempiendo “quel” vuoto e non un altro. Dio sta rispondendo al dolore di quella povera madre — e di tutto il genere umano — con una carezza, la carezza che ci permette di non perdere dignità nemmeno al passare d’un treno, nemmeno nel chiacchiericcio dell’estate. 

E’ questo che mi lascia sbigottito e attonito, pieno del desiderio ch’io sia così semplice e libero da non perdermi questa Presenza, da non smarrire nei miei pensieri e nelle mie guerre l’imponenza e la carnalità di questo Tu. Per ritrovare tra le lacrime i volti di chi ho amato, le risate d’estate di una bimba che voleva soltanto vivere.

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