2019/ Cosa offriamo noi adulti ai giovani “senza passato”?

Esiste un’intera generazione che non ha visto il novecento e che non si ricorda nulla di Giovanni Paolo II. Quali proposte hanno gli adulti da offrire a questi giovani?

01.01.2019 - Federico Pichetto
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LaPresse

L’anno che inizia è il ventesimo di questo terzo millennio dell’era volgare. Questo significa che esiste ormai un’intera generazione che non ha visto il novecento, che era infante il giorno del crollo delle Torri Gemelle e che non si ricorda alcunché di Giovanni Paolo II. Le caratteristiche di questa generazione, che la rendono così diversa da quelle precedenti, non dipendono né dalle ultime conseguenze del processo culturale avviato col sessantotto, né da un problema esistenziale di consistenza interiore che alla fine degli anni ottanta fu opportunamente chiamato “effetto Chernobyl”: sicuramente questi dati esistono, ma non sono così determinanti come in passato.

Ciò che oggi è in crisi è lo stesso concetto di esperienza: per fare esperienza della realtà, infatti, occorre uno spazio, un tempo e un criterio di giudizio. Ma, se il criterio di giudizio è rimasto lo stesso — nella tremenda alternativa che ciascuno ha di definirlo in base alla moda del momento o alle esigenze di bene che ci portiamo dentro —, lo spazio e il tempo non sono più quelli di vent’anni fa. Quando alle elementari litigavo con Gigi, per chiarirmi — se non volevo attendere il mattino dopo — dovevo chiedere a mia mamma il permesso di telefonare all’altra mamma per farmi passare il mio amico: questo processo di “interfaccia” permetteva alla mia rabbia di trasformarsi, la plasmava, facendola decantare. Oggi per parlare con Gigi basta Whatsapp: il tempo dell’esperienza si è ridotto, quasi azzerato. Se vent’anni fa un laboratorio di ricerca della Silicon Valley faceva una scoperta sensazionale, al punto tale da stuzzicare il mio ingegno a voler vedere come si lavora in certi ambienti, la strada era molto semplice: acquisire le competenze, i mezzi economici e i permessi per recarmi sul posto e chiedere di essere in qualche modo coinvolto nel percorso di conoscenza. Oggi è la stessa Silicon Valley che, attraverso i suoi canali social, mi permette di assistere a certe lezioni e a certi ragionamenti. Solo nell’anno che si chiude ho partecipato via skype a una ventina di Ted tenutisi in America e, fino ad oggi, non sono mai stato in America: lo spazio si è ridotto, quasi azzerato.

Questo duplice progressivo azzeramento dello spazio e del tempo mina la possibilità stessa di fare esperienza della realtà o, diciamo meglio, cambia il modo con cui uno fa esperienza della realtà. Quello che viene meno è il lavoro necessario affinché una verità diventi mia. L’azzeramento delle coordinate spazio-temporali porta con sé la trasformazione del rapporto con la realtà in consumo: tutto viene velocemente consumato e anche il criterio di giudizio, sebbene applicato, non si sedimenta più.

Quello che oggi è saltato è la possibilità stessa di fare esperienza e di verificare un’ipotesi di lavoro secondo i canoni con cui ciò è stato possibile almeno negli ultimi secoli. La tecnologia infatti, più ancora della radio o della televisione, ha rivoluzionato il nostro modo di rapportarci con le cose e con noi stessi, accelerando quella cultura dell’immediatezza e della fluidità già propugnata dai sessantottini o dai protagonisti del secondo boom economico. Per questo dice bene Antonio Polito sul Corriere della Sera quando pochi giorni fa afferma che “i nostri figli sanno più di noi ma capiscono meno di noi, perché ciò che sanno non l’hanno appreso attraverso l’esperienza [così come noi tradizionalmente la intendiamo, ndr], e spesso rifiutano quella che gli offriamo. Il che rende letteralmente impossibile il processo cruciale dell’educazione, che consiste invece proprio nel trasferimento di saperi e valori da una generazione all’altra”.

Polito centra il problema, ma non coglie a mio avviso fino in fondo la soluzione: ci sono frotte di ragazze e ragazzi che da Pechino a New York, da Lima a Gerusalemme, sono incantate da proposte radicali che colmano il vuoto in cui noi li facciamo vivere. L’Isis, ma anche l’industria della droga e del divertimento, colma con le proprie proposte estreme la fame che ogni giovane ha di sapere il perché è al mondo, di capire che cosa possa servire alla società la sua vita. È qui il punto: la necessità di una proposta radicale all’Io che possa essere verificata secondo le modalità con cui oggi si fa esperienza della realtà.

In questo senso la Chiesa può giocare un ruolo decisivo: a differenza dell’Occidente che propone il nulla e la riduzione del danno come unica proposta di vita, la compagnia degli amici di Cristo una proposta radicale di vita ce l’ha, la stessa che ha permesso il formarsi dell’Occidente. Ciò che oggi manca è che tale proposta sia offerta alla verifica dei ragazzi secondo le modalità con cui essi fanno esperienza; essere ostaggio dei propri dissidi teologici interni, o delle lotte di potere che la travagliano, non permette alla Chiesa di fare quello che sa fare meglio fin dai tempi di Pietro: andare a pescare. Non per fare proseliti, ma per condividere la gioia di una vita strappata dal nulla e consegnata all’opera di Uno che costruisce il bene del singolo e del mondo intero, per condividere l’esperienza di una nuova libertà che ci affranchi dalle tante schiavitù che si propongono come l’Eldorado della società odierna.

Il migliore augurio che possiamo farci per quest’anno che inizia è quello di non togliere lo sguardo da quelle realtà e da quegli adulti dove questa “novità di verifica e di esperienza” già accade. Solo in questo modo potremmo riprendere a guardare alle cose di tutti i giorni liberi dal lamento e curiosi di ciò che il Mistero di Dio opera. Sicuri che la fede, ma oserei dire la stessa vita, hanno ancora molte possibilità di fiorire in un tempo in cui, paradossalmente proprio a causa della fluidità che lo determina, di nuovo tutto è possibile. Anche che un giovane del terzo millennio torni ad essere protagonista del proprio destino, amico della propria storia.

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