CAOS MIGRANTI/ Dal Papa a Carrón, lo sguardo che batte odio e inimicizia

Nell’intervista al Corriere della Sera su migranti e “sovranismo” don Julián Carrón ha parlato di “crisi dei fondamenti della vita personale e sociale”

11.01.2019, agg. alle 14:16 - Agostino Giovagnoli
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LaPresse

Nell’intervista al Corriere della Sera, don Julián Carrón parla di “crisi dei fondamenti della vita personale e sociale”. Ma i modi in cui la descrive fanno pensare ad una malattia mentale collettiva: “uno strano oscuramento del pensiero”, “una mentalità che non reggerà l’urto del tempo”, “una via di uscita di pura reazione, fallimentare in partenza”. Il Censis ha parlato di “sovranismo psichico” e la distanza dalla realtà della mentalità oggi dominante è tale da far pensare ad una sorta di disturbo della personalità che non colpisce solo gli individui ma l’intera società. Quanto è accaduto ai 49 naufraghi salvati nel Mediterraneo non è solo tragico, è anche assurdo. Non è politica tenerli per quindici giorni sballottati dalle onde, non esprime né un progetto per gestire il problema dei rifugiati né un disegno per affrontare la grande questione dell’emigrazione. E’ puro non senso.

“Se non fosse una situazione drammatica ci sarebbe da ridere” ha scritto Claudio Baglioni. Non hai né il diritto né il dovere di occupartene, gli è stato risposto brutalmente: sei solo un cantante. E nei giorni scorsi, cantanti e vescovi erano stati sprezzantemente accomunati nella categoria delle voci irrilevanti. Ma è inaccettabile che chi ha il potere cerchi di mettere a tacere vescovi, cantanti o gente comune. Abbiamo tutti non solo il diritto ma soprattutto il dovere di occuparci degli altri uomini, specie di coloro che sono tenuti in condizioni disumane. La profonda estraneità alla mentalità corrente che emerge dalle parole di Julián Carrón non è sintomo di scarsa capacità di comprensione di ciò che pensa o di ciò che preoccupa la maggioranza degli italiani o buona parte degli europei. Né esprime una posizione politica. La sua presa di distanza è quella di un uomo, di un credente e di un sacerdote che ha conservato il senso di ciò che significa umanità.

E’ in atto “una riduzione dello sguardo che impedisce di vedere l’umano”, spiega don Carrón. E perdere il contatto con il senso di umanità significa anche perdere il contatto complessivo con la realtà, perché senza un costante riferimento all’uomo tutte le scelte diventano assurde e provocano conseguenze tragiche. Non solo per chi le subisce ma anche per chi le provoca: se diventiamo disumani, siamo in primo luogo noi stessi a smettere di essere uomini, prima ancora delle vittime della nostra violenza o della nostra indifferenza.

Don Carrón lo spiega molto bene quando dice che a nulla serve correre dietro alla paura. Non vince la paura né invocare più sicurezza né favorire una “sicurezza fai da te” che incentiva la violenza di tutti contro tutti. Per smettere di aver paura occorre affrontare in radice il problema della paura. Solo una Presenza, scrive don Carrón, sconfigge veramente la paura: quella di un Altro per un credente, quella degli altri per credenti e non credenti. Non la logica del capro espiatorio ma quella di un’amicizia che sconfigge l’inimicizia.

Su populismo e sovranismo prima di don Carrón si è espresso il Papa, sono intervenuti molti vescovi italiani, hanno parlato alcuni vescovi europei. C’è stata la bella testimonianza della Chiesa valdese che si è offerta di accogliere i 49 profughi sballottati dalle onde. Ma il suo intervento è stato tutt’altro che superfluo. Nella follia collettiva che sembra essersi impadronita della nostra società e di tutti noi c’è bisogno di molte voci, autorevoli e coraggiose, che non si facciano spaventare da chi urla più forte o da un conformismo dilagante. E’ una bella sorpresa vedere come tante importanti voci della Chiesa e del mondo cattolico si siano levate in questi giorni esprimendo un comune sentire. Spesso i cattolici sono divisi e le loro posizioni sono diverse. Su tante questioni ciò è del tutto legittimo. Ma ci sono momenti che fanno emergere una comune sensibilità. Avviene quando sono in gioco questioni cruciali. Siamo in uno di questi momenti, altrimenti non sarebbero intervenuti il Papa e i vescovi, il leader di Comunione e liberazione e i gesuiti, tante associazioni e singole personalità. Questa coralità – convinta e spontanea – è oggi molto preziosa perché anche tra i cattolici c’è grande confusione e molti pensano che si possa seguire senza danno i predicatori d’odio. Non è così: di danno questi predicatori ne hanno già fatto molto. E’ tempo di dire basta.

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