Omicidio Mino Pecorelli, la sorella “riaprite il caso”/ “Cerco la verità, voglio sapere chi lo ha ucciso”

- Emanuela Longo

Omicidio Mino Pecorelli, a 40 anni dalla sua uccisione, la sorella del giornalista chiede la riapertura delle indagini: “Cerco la verità”

Omicidio Mino Pecorelli
Omicidio Mino Pecorelli (Wikipedia)

A quasi 40 anni dall’omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista assassinato a Roma la sera del 20 marzo 1979, la sorella Rosita chiede la riapertura del caso. La donna sembra decisa a fare luce una volta per tutte su quanto accaduto al fratello e direttore di Op, Osservatore politico e per questo, come riferisce Il Fatto Quotidiano Online, ha commentato: “Cerco la verità e non mi arrenderò finché non l’avrò scoperta. Voglio solo sapere chi ha ucciso mio fratello”. Il suo legale, l’avvocato Valer Biscotti crede nella presenza di elementi tali da permettere la riapertura delle indagini. “È un atto dovuto a Pecorelli, per continuare a cercare la verità”, commenta. Intanto oggi lo stesso avvocato ha depositato l’istanza formale in procura con la quale viene chiesto ai magistrati capitolini la riapertura dell’indagine sulla base di un vecchio verbale di Vincenzo Vinciguerra, un ex estremista di destra. Nella sua dichiarazione che risale al 1992 al giudice, Vinciguerra sostiene di conoscere la verità su chi avrebbe custodito la pistola usata per uccidere il giornalista Pecorelli. Sebbene quel verbale fosse già stato depositato in procura, non ci fu alcuna novità sotto questo profilo. Secondo l’avvocato Biscotti, però, ora ci sarebbero tutti gli elementi necessari che potrebbero addirittura portare a individuare l’arma usata per uccidere Mino Pecorelli.

OMICIDIO MINO PECORELLI, IL CASO E LE INDAGINI

L’omicidio del giornalista Mino Picorelli rappresenta uno dei cold case irrisolti italiani. L’uomo fu ucciso con quattro colpi di pistola (tre alla schiena e uno in bocca), dopo essere salito sulla sua auto nel quartiere Prati a Roma, diretto verso la sua abitazione. La pistola usata era una calibro 7.65 con silenziatore. Le indagini portarono subito a personaggi del calibro di Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti, poi prosciolti nel 1991 per non aver commesso il fatto. Siamo nel 1993 quando avviene un primo colpo di scena: il pentito di Cosa nostra, Tommaso Buscetta, accusa Giulio Andreotti che fu così indagato. Le dichiarazioni di Buscetta portarono anche all’iscrizione nel registro degli indagati di Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò. Nell’inchiesta fu coinvolto anche Claudio Vitalone dopo le dichiarazioni dei pentiti della Banda della Magliana, gli stessi che due anni più tardi titano in ballo anche il boss Michelangelo La Barbera. Dopo quattro anni, 128 udienze e 231 testimoni, la procura chiese la condanna all’ergastolo di Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera, poi assolti dalla Corte d’Assise. In Appello, Andreotti e Badalamenti vengono condannati a 24 anni di reclusione come i mandanti del delitto, poi assolti nel 2003. Da quel momento, Pecorelli resta una vittima senza assassini. La richiesta della sorella, a 40 anni dalla morte, potrebbe cambiare nuovamente tutto.



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