Clinica Santa Rita, “Brega Massone non voleva uccidere”/ Motivazioni sentenza, “teneva alla fama”

Clinica Santa Rita di Milano, Brega Massone “non voleva uccidere, teneva troppo alla fama”: le motivazioni della sentenza che ha escluso l’omicidio volontario e cancellato l’ergastolo

17.01.2019 - Niccolò Magnani
Santa Rita
Clinica Santa Rita di Milano (LaPresse, 2019)

«Pier Paolo Brega Massone non voleva uccidere i quattro pazienti morti nella sala operatoria della clinica Santa Rita di Milano»: è questo il motivo centrale addotto nelle motivazioni della sentenza d’Appello dello scorso 19 ottobre 2018 secondo la quale l’ergastolo per il medico ex primario di chirurgia toracica doveva essere cancellato. È stato derubricato il reato da omicidio volontario – come stabilito dai precedenti gradi di giudizio, poi però annullati in Cassazione – a omicidio preterintenzionale, eliminando così la condanna del carcere a vita: la cosiddetta “clinica degli orrori” gestita da Brega Massone e Fabio Presicci in realtà non aveva l’obiettivo di “uccidere le persone” e per questo le condanne in sentenza sono state assai meno dure per i due medici. L’ex braccio destro di Brega Massone – imputato anche lui per la morte di due pazienti – nell’appello bis è stato condannato a 7 anni e 8 mesi per omicidio preterintenzionale, rispetto ai 24 anni e 4 mesi incassati nei precedenti gradi di giudizio per omicidio volontario.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA

Nelle motivazioni della sentenza sulla Clinica Santa Rita di Milano, «Nessuna delle prove raccolte supporta l’ipotesi di morti volontarie» sottolinea la Corte d’Appello: «La morte del paziente è sempre, per il medico, un fallimento professionale prima che umano, destinato – soprattutto se sfrontatamente ripetuto – a soverchiare, vanificandolo, l’obiettivo narcisistico perseguito», si legge ancora nelle motivazioni pubblicate ieri da Repubblica. Per questo motivi, ai giudici di Milano è mancato «quell’imprescindibile elemento volontaristico anche riguardo al coefficiente soggettivo ‘più attenuato’ del dolo eventuale», per confermare le più dure condanne dei primi gradi di giudizio. Sempre gli stessi giudici ci chiedono perché mettere in pericolo la propria fama e sete di affermazione «accettando il rischio che un paziente possa morire durante un intervento»: non solo, «mai rischiare la propria fama, la propria sete di affermazione, perché opacizzare il proprio successo personale rappresentandosi, e accettando, l’evento infausto, quando quest’ultimo nel bilanciamento razionale degli interessi e nella consapevole subordinazione di un determinato bene a un altro, è la negazione stessa dello scopo perseguito?». Da ultimo, i giudici della Corte d’Appello bis concludono le motivazioni della clamorosa sentenza sulla sorte di Brega Massone (che ha già scontato 12 dei 15 anni di condanna) affermando «Anche il più cinico e spregiudicato degli operatori si avvede che l’obbiettivo di profitto eventualmente perseguito verrà frustrato o negato proprio in ragione del verificarsi di eventi infausti provocati da interventi inutili o devianti».



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