CAOS MIGRANTI/ Solidarietà, strategia e sicurezza: il patto che serve al Governo

Nuovo scontro tra Malta e Italia sulle sorti delle navi Ong Sea Watch 3 e Sea Eye. Salvini dà la linea al governo (per ora). Intanto emergono i retroscena del caso Diciotti

07.01.2019, agg. alle 19:35 - int. Paolo Quercia
immigrazione_migranti_clandestini_sbarchi_11_lapresse_2018
LaPresse

Gli immigrati delle navi Sea Watch 3 e Sea Eye restano in mare perché Malta vieta loro di sbarcare, ma anche senza un porto riescono a dividere il governo. Intanto uno scoop dell’AdnKronos ha svelato i retroscena del caso Diciotti, la nave della guardia costiera che nell’agosto scorso recuperò 190 migranti in acque Sar maltesi. Il Tribunale dei ministri di Palermo (che ha escluso il sequestro di persona a carico di Salvini) ha appurato da parte di Malta “l’intenzionale proposito di spingere forzosamente il barcone nelle acque italiane per scaricare sullo Stato italiano la responsabilità primaria dell’evento”.“Come il caso di Eunavformed dimostra, il Mediterraneo non è un Mare d’Europa. Nel Mediterraneo siamo soli” dice Paolo Quercia, esperto di politica internazionale e direttore del Cenass. Potrebbe essere un’opportunità.

“Non creerò il precedente facendo sbarcare i 49 migranti dalle due navi. I bulli non vinceranno”. Lo ha detto il premier maltese Muscat a Di Maio e Salvini, ma l’impressione è che la dichiarazione spieghi piuttosto la politica di Malta.

L’unica cosa che mi sembra utile sottolineare è che Malta ha una politica migratoria unica ed una conseguente politica dei soccorsi in mare. Possiamo definire dura la linea maltese e anche piuttosto furbesca nei confronti dell’Italia. Ma essa è il frutto di un approccio realista e di una precisa strategia demografica e di sicurezza.

L’Italia invece?

L’Italia, pur geograficamente esposta come Malta, presenta un profilo decisamente più fratturato, con moltissimi attori che pretendono di determinare la linea nazionale, ma abbozzano posizioni molto radicali, scollegate tra loro e spesso dettate da calcoli politici di breve termine sul caso del giorno.

Senza contare le voci discordanti nel governo.

Appunto. Voci discordanti tra i due vicepremier, tra il ministro dei Trasporti e quello degli Interni, posizioni divergenti nelle opposizioni, le voci più disparate di sindaci e Regioni, l’Anci, le Ong, i vescovi, il Papa ed il presidente della Repubblica. Sembra che facciamo proprio di tutto, al di là del brutto caso Diciotti, per far apparire la piccola Malta come un gigante. 

Le sembra più ragionevole la posizione di Salvini (accoglienza zero, abbiamo già dato) o quella di Di Maio (Malta e la Ue facciano la loro parte, accogliamo donne e bambini della Sea Watch e della Sea Eye)?

Bisognerebbe capire se la posizione di Di Maio è molto diversa da quella di Salvini. Io direi di no. Di Maio ha trovato un buon espediente che non costa nulla per salvare la faccia con la parte del suo elettorato pro-accoglienza senza entrare in conflitto con Salvini. Un gioco che, tutto sommato, conviene anche a Salvini. Diciamo che quella che si intesta Salvini è una posizione di politica migratoria. La soluzione proposta da Di Maio di accogliere 10 persone tra donne e bambini è uno stratagemma per mettere una pezza – probabilmente impraticabile – durante una situazione di stallo sotto il fuoco dei media. Su un punto però Di Maio ha delle carte da giocare.

Quale?

La politica migratoria non è solo una questione del ministro degli Interni, ma anche di politica estera e di sicurezza internazionale. È una linea collegiale del governo. Che per il momento mi pare comunque tenere. 

Ancora Di Maio: “Sono d’accordo sulla linea dura: non possiamo assumerci da soli i problemi dell’Ue sui migranti”.

Corretto, ma in generale trovo piuttosto surreale questo continuo far riferimento ai problemi dell’Unione Europea. Qui stiamo parlando dei problemi dell’Africa, in primo luogo. Che poi l’Ue non sia in grado di risolverli e non voglia questo tipo di immigrazione, è un altra questione. 

Salvini ieri ha nuovamente ribadito che si entra in Italia solo attraverso le vie legali oppure attraverso i corridoi umanitari. “Io lavoro per non far partire le donne, i bambini e tutti gli altri dai loro Paesi, e per evitare il rischio che muoiano nel deserto o nel Mediterraneo”. È un obiettivo politicamente realistico?

È un obiettivo comprensibile e politicamente saggio, utile un po’ a tutti. Deve però anche spiegare cosa fare con quelli che sono a metà del viaggio, con quelli che partiranno lo stesso, con quelli che si vendono come schiavi, con quelli disposti non solo a violare le regole sull’immigrazione ma anche a morire pur di arrivare in Europa. Qui servono soluzioni realistiche, con obiettivi di riduzione quantitative dei flussi nel medio periodo, anche a costo di fare compromessi, in particolare con i Paesi terzi, nel breve.

E i corridoi umanitari?

Il concetto di corridoi umanitari può rivelarsi un ottimo strumento, ma va definito meglio. Sono buona cosa se applicati alle zone di conflitto reale e non ai campi profughi, ad esempio. Ma non possono che riguardare numeri esigui, che non hanno nulla a che fare con la magnitudine biblica che si sta spostando o si sposterà nei prossimi anni. 

Salvini e Di Maio hanno due politiche con alcuni punti in comune, mentre su altri sono distanti. Demandare, come probabilmente avverrà, la soluzione alla mediazione di Conte è un fattore di forza o di debolezza per la politica del governo?

Certo che la linea su questo tema la dovrebbe fare il primo ministro e non il ministro degli Interni, che dovrebbe essere il suo strumento. Però questa è un’anomalia strutturale di questo governo, che credo non sia risolvibile. E comunque, parlando sul piano strettamente politico, tutto sommato al governo conviene sposare la linea Salvini sull’immigrazione che è quella che lo tiene ancora a galla nei consensi. Magari con qualche distinguo qua e là. 

Il caso Sea Watch ha origine in una complessa dinamica dei fatti, non esente da punti oscuri e secondo un copione che si ripete: la nave Ong ha agito per sottrarre i migranti alle acque Sar e al coordinamento libico, ha detto la marina italiana. Sono dettagli trascurabili, nel contesto di un problema come quello dell’emigrazione dall’Africa?

Sono dettagli importanti dal punto di visto giuridico e strategico, per capire chi sta cercando di fare cosa. Ma dal punto di vista dell’opinione pubblica – ed ahimè di quello della politica che la segue a ruota – una volta che i migranti sono a bordo di una nave di soccorso, ovunque il soccorso sia avvenuto e battente qualsiasi bandiera, tutta la questione viene italianizzata e poi internalizzata nella nostra politica domestica: li accogliamo o li respingiamo? Tertium non datur

Ma le pare giusto lascare i migranti in quelli che vengono descritti come campi di concentramento e deportazione? Come si può affrontare questo problema?

Riducendo il numero dei transitanti, premiando economicamente i Paesi in grado di gestire i campi con umanità, dando fondi ad Iom per effettuare i rimpatri volontari dai campi profughi dei Paesi terzi ai Paesi di provenienza, facendo lavorare l’Unhcr e altre agenzie umanitarie nei campi profughi per alzarne gli standard umanitari. Qui però si pone il problema della sicurezza dei campi e del personale che vi lavora.

E a chi dovrebbe spettare questo compito?

Alla Ue, da gestire attraverso missioni di polizia. Ma credo che nessuno voglia sporcarsi le mani con la gestione di queste situazioni, certamente delicate dal punto di vista umanitario. Le meno interessate mi appaiono essere paradossalmente proprio le agenzie umanitarie, le Ong e le Oi (organizzazioni internazionali). Per cui si lasciano le cose così come sono, ossia male. A pensar male si potrebbe anche sospettare che questa situazione faccia comodo a chi sostiene che non c’è alternativa all’accoglienza illimitata in Europa. 

Ieri papa Francesco ha rivolto “un accorato appello ai leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone”. La “solidarietà concreta” quali politiche richiede di attuare?

Anche la solidarietà è una politica, magari più nobile, ma presuppone di riprendere il controllo del fenomeno migratorio e delle proprie frontiere. E non può essere disgiunta da un contesto di sicurezza, che necessariamente la deve precedere.  

L’Italia ha rinviato la decisione sul Global compact for migration, che in dicembre ha fatto cadere il governo in Belgio. Il governo ha fatto bene o male?

Di norma è sempre meglio sedersi, eccepire tutte le proprie riserve e trovare alleati per modificare i testi piuttosto che boicottarne le firme. Nel primo modo fai politica, nel secondo rischi di isolarti. Qui però il documento è stato già approvato e se il presente governo ha dei dubbi sugli effetti che esso può produrre e non lo reputa coerente con la propria politica migratoria, fa bene a non firmarlo. Mi sembra un’assunzione di responsabilità che è a lungo mancata ai governi italiani. Troppo spesso in passato abbiamo firmato cose di cui ignoravamo portata ed effetti, pur di esserci.

Ma qual è la sua opinione sul Global compact?

Personalmente ho delle riserve proprio sulla portata globale del documento. Le tante migrazioni che stanno avvenendo dagli angoli più remoti del pianeta sono diversissime tra di loro ed hanno dei profili nazionali, regionali e sub-regionali completamente differenti. Io ritengo che gli Stati abbiano il diritto di discriminare un flusso migratorio rispetto ad un altro e consentirne uno rispetto all’altro in base a proprie valutazioni di carattere storico, politico e di sicurezza. Mettere tutto in un unico sistema globale e trarne principi e diritti universali mi sembra che non abbia molto senso e vada contro la realtà delle cose e dei nostri interessi.     

Come mai la politica migratoria, diversamente dalla politica economica, sembra totalmente sfuggire alla commissione europea, mettendo i paesi europei in uno scenario improntato al calcolo e alla realpolitik?

Perché le politiche migratorie sono rimaste sostanzialmente di competenza nazionale, mentre il mercato unico e la libertà di circolazione dentro i confini Schengen hanno creato un enorme polo di attrazione delle masse povere e disoccupate di tutto il mondo. L’Ue però può influire nel dossier migratorio attraverso due importanti strumenti di proiezione politica verso l’esterno: le politiche di cooperazione allo sviluppo e la politica estera e di sicurezza.

Eppure anche in questi campi la Ue tarda ad operare per arginare il fenomeno, perché?

Perché non esiste un obiettivo comune europeo di politica migratoria né vi è consenso su quali aree geopolitiche bisognerebbe intervenire. C’è poco da sperare o da accusare la Ue. Come il caso di Eunavformed dimostra, il Mediterraneo non è un Mare d’Europa. Nel Mediterraneo siamo soli. Però questo vuol dire anche un’altra cosa: che se l’Italia saprà tornare a contare nel Mediterraneo, conterà anche in Europa.

(Federico Ferraù)

© RIPRODUZIONE RISERVATA