ERGASTOLANO IN PERMESSO PREMIO/ Anche il “fine pena mai” può cambiare un uomo, se la libertà lo vuole

Vito Baglio, 50 anni, era un condannato all’ergastolo ostativo. Dopo 21 anni ha ottenuto un permesso premio. Così il carcere può cambiare il cuore

02.02.2019 - Mauro Leonardi
carcere_detenuti_1_lapresse_2017
LaPresse

Vito Baglio, 50 anni, è, o meglio era, un condannato all’ergastolo ostativo. Rinchiuso nel carcere di Opera ha da poco ricevuto dal Tribunale di sorveglianza di Milano un permesso per andare all’università, dopo 21 anni di carcere nei quali non ha mai visto la luce.

Lo racconta sul suo profilo Facebook Maria Brucale, l’avvocato di Baglio, che pubblica la lettera scritta dal suo assistito dopo aver ricevuto il suo primo permesso: “Maria, continuo a leggere e rileggere il verbo ‘Ammette, ammette, ammette’ per cercare di imprimere nella mia mente la bellezza di questa parola, il suo vero significato che per me significa rinascita”.

La pena dell’ergastolo ostativo si applica a soggetti accusati di reati di particolare gravità, come quelli di mafia o terrorismo, ed è destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato. È quello per il quale si usa spesso l’espressione “fine pena: mai” o anche il più agghiacciante e burocratico “data di fine pena: 31/12/9999”. L’ergastolano comune conserva la possibilità che la sua condizione sia periodicamente riesaminata ai fini dell’accesso ai benefici e alle misure alternative, mentre all’ergastolano ostativo, in assenza di una collaborazione, quegli istituti sono esclusi per sempre, a meno che, nel frattempo, non collabori o si verifichino altre particolari circostanze: ci sono, appunto, dei motivi che “ostano” alla possibilità che certi istituti vengano applicati.

Per diversi costituzionalisti, l’ergastolo ostativo è incostituzionale perché contrasta col principio della rieducazione della pena, sottraendo ogni possibile orizzonte di “ritorno alla vita” per il detenuto. Negli anni la Consulta si è più volte pronunciata sul tema ribadendone invece la costituzionalità ma aprendo la strada a un suo “ammorbidimento”, tanto che nell’agosto dell’anno scorso per la prima volta un ergastolano ostativo, Carmelo Musumeci, ha ottenuto la liberazione condizionale anche grazie al suo percorso rieducativo particolarmente virtuoso.

Questa storia non è la conferma che l’Italia è un paese buonista dove tutti la fanno franca ma è la prova che fare un percorso positivo di crescita lungo la detenzione, è possibile. Il motivo per cui l’ergastolo di Vito Baglio non è più ostativo è che, grazie al suo percorso di riscatto in carcere, a Vito non sarebbe più possibile neanche materialmente tessere di nuovo contatti con la malavita: ecco quindi non certo la scarcerazione come qualcuno potrebbe superficialmente credere, ma uscire brevemente ogni 45 giorni per studiare.

Vito, scrivendo al proprio legale, descrive la sua esultanza nel trovare nell’ordinanza dei giudici il verbo “ammette”. Un verbo al positivo che ripete per tre volte. Risuonano dentro di me alcuni passaggi della nostra Costituzione quando essa mette l’accento su azioni tutte positive: “promuove, sostiene, sviluppa” sono perifrasi che si trovano spesso e volentieri nella Legge fondamentale del nostro Stato. La vicenda di Vito Baglio e del suo avvocato Maria Brucale fa riflettere su quello che dovrebbe essere il rapporto tra il cittadino e l’autorità: non una serie di “no” ma una serie di sì, di tanti momenti in cui è possibile comprendere che i divieti e le proibizioni a volte necessari ed indispensabili nascono dalla volontà di difendere e tutelare la dignità umana, non di umiliarla e torturarla. Una giustizia “giusta” che dà le pene corrette a chi si macchia di reati gravi o anche gravissimi pensata però sempre anche verso il recupero, il percorso umano e personale di chi è chiamato a rispondere per le proprie colpe.

© RIPRODUZIONE RISERVATA