Abusata da prete a 11 anni: “volevo morire”/ Pedofilia, testimone choc durante summit

- Niccolò Magnani

Abusata da un prete quando aveva 11 anni: la denuncia e testimonianza choc durante il summit sulla pedofilia in Vaticano, “volevo solo morire”

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Immagine di repertorio (Pixabay, 2018)

Oggi è adulta ma quando aveva 11 anni ricorda molto bene cosa le fece un prete nella sua parrocchia: la bimba, ora cresciuta, ha rilasciato una testimonianza choc in Vaticano durante il summit sulla pedofilia voluto a Roma da Papa Francesco e chiuso questa mattina prima dell’Angelus da Piazza San Pietro. «Volevo raccontarvi di quand’ero bambina. Ma è inutile farlo perché a 11 anni un sacerdote della mia parrocchia ha distrutto la mia vita. Da allora io, che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata, non sono più esistita. Restano invece incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui lui bloccava me bambina con una forza sovrumana: io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse», è una parte della testimonianza della vittima che più di tutte ha scosso i 190 capi della Chiesa mondiale riuniti in Vaticano. Oggi quella bimba ha 51 anni e ci ha messo oltre 40 anni per denunciare: come si legge su Adnkronos, «Ma come potevo io, bambina, capire ciò che era accaduto? Pensavo: ‘sarà stata sicuramente colpa mia!’ o ‘mi sarò meritata questo male?’. Questi pensieri sono le più grandi lacerazioni che l’abuso e l’abusatore ti insinuano nel cuore, più delle ferite stesse che lacerano il corpo. Sentivo di non valere ormai più nulla, neppure di esistere».

LA TESTIMONIANZA CHOC IN VATICANO

La donna vittima di abusi e un’innocenza perduta: per lei come per tanti altri, Papa Francesco, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II negli ultimi 20 hanno tentato di dare una “scossa” a decenni di coperture e insabbiamenti all’interno della Chiesa. Il summit di questi giorni ovviamente non può “risolvere” tutto ma esprime tutto il dolore di una Chiesa che non vuol abbandonare chi è stato ferito da chi avrebbe invece dovuto annunciargli tutti il bello e il bene del cristianesimo. «Volevo solo morire: ci ho provato… non ci sono riuscita. L’abuso è continuato per 5 anni. Nessuno se n’è accorto. Mentre io non parlavo, il mio corpo ha iniziato a farlo: disturbi alimentari, ospedalizzazioni varie: tutto urlava il mio star male mentre io, completamente sola, tacevo il mio dolore», ha raccontato davanti ai vescovi e al Papa la donna abusata più di 40 anni fa. Il racconto choc dell’intera sua vita passa poi, nella parte conclusiva, per l’iter di denuncia fatto proprio con alcuni vertici della Chiesa.

LA DENUNCIA E UNA CAREZZA

«Parlare con sei persone di grande sensibilità, ma solo uomini e per di più sacerdoti è stato difficile. Io credo che una presenza femminile sarebbe un’attenzione necessaria quanto indispensabile per accogliere, ascoltare e accompagnare noi vittime. L’essere creduta e la sentenza, comunque, mi ha donato un dato di realtà: quella parte di me che ha sempre sperato che l’abuso non fosse mai accaduto, si è dovuta arrendere, ma al contempo ha ricevuto una carezza». Quella bambina violata oggi può dire di essere anche “altro” da quella tragica esperienza, di essere ancora accompagnata dalla vicinanza di Gesù e dalla sua eterna comprensione attraverso volti di quella stessa Chiesa che l’aveva tradita quando aveva 11 anni: «io ora so che sono altro, oltre l’abuso subito e le cicatrici che porto. La Chiesa può andare fiera della possibilità di procedere in deroga ai tempi di prescrizione, diritto negato dalla giustizia italiana, ma non del fatto di riconoscere come attenuante, per chi abusa, l’entità del tempo trascorso tra i fatti e la denuncia. La vittima non è colpevole del suo silenzio».

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