Brenton Tarrant/ Lo strano killer in Nuova Zelanda che ha studiato (male) l’Europa

In Nuova Zelanda la minaccia islamica non è sentita. Nondimeno internet fa essere questo mondo molto simile a quello della vecchia Europa

16.03.2019 - Maurizio Delfino
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Polizia nei pressi del luogo dell'attentato (LaPresse)

La cosa buffa per un italiano, quando visita Christchurch la prima volta, è che ti fanno vedere la fotografia di chi l’ha fondata. Un po’ sbiadita, recuperata alla meglio, con i figuranti divertiti ma incerti, un po’ rigidi e probabilmente poco preparati all’idea e al concetto di dover fare una fotografia. Erano il macellaio, il sarto e un altro, quelli che hanno iniziato la città, le prime case. Buffo per un italiano, perché sarebbe come avere un selfie di Romolo e Remo, con alle spalle la lupa ammiccante.

La portata degli eventi non consente di scherzare e questo non è l’intento. Serve per capire. Probabilmente non c’è scantinato o sgabuzzino che non sia censito, catalogato o messo in rete e – verosimilmente – dopo il terremoto violentissimo del 2011 non c’è zona dell’area urbana che non sia stata passata al setaccio. Questo per inquadrare il contesto di quel che è accaduto. Per non parlare della – per la verità agevole – perizia e accuratezza dei controlli quando si arriva nel paese. Ai tanti beagle o terrier degli aeroporti internazionali non sfugge nulla, né ai raggi x che scannerizzano i singoli bagagli o ai pedanti, ligi funzionari aeroportuali. Perciò poi nei voli interni si viaggia senza passaporto, basta il biglietto.

La minaccia islamica sta al dibattito pubblico, in Nuova Zelanda, un po’ come noi italiani citiamo il rapporto fra le tasse e il welfare scandinavo. Un argomento che non ci riguarda davvero. Tutti sappiamo, in fondo, che il welfare italiano è frutto della più grande strategia clientelare della storia. Così il neozelandese sa che per quanto il proprio paese sia schierato e persino efficacissimo (e per certi versi raffinatissimo) collaboratore nelle grandi operazioni internazionali a difesa dell’Occidente, sa che per svariati motivi, fra cui quelli pratici prima riferiti, non è quello un territorio granché minacciato.

Per di più, venendo alla strage di Christchurch, quando il principale attentatore sul suo manifesto parla di “invasione” uno che conosce la Nuova Zelanda pensa agli asiatici. Quelli veri, cinesi e di tutta quell’area etnica. Sono questi ad aver letteralmente invaso il paese, in tutti i sensi e con tutte le conseguenze anche visive. Invasione che è stata un grande business, forse il più grande business della Nuova Zelanda, finché la loro liquidità, la speculazione e – dicono le male lingue – un vecchio inestirpabile peccato come l’avidità, di qualcuno che conta o è contato davvero, ha creato una bolla immobiliare inaudita che ha prodotto a catena conseguenze sul piano della povertà e delle diseguaglianze, come forse non s’erano mai viste prima. E che il Governo labourpopulista fatica a gestire.

Perciò poteva essere ipotizzabile una strage orientata su questo fronte etnico. Invece no. Le moschee. L’attentatore, australiano con chiare origini del nord del Regno Unito, è sicuramente uno di quelli che deve mettere la crema solare tutto l’anno, in quella parte del mondo. Forse per questo ha lasciato l’Australia, perché in Nuova Zelanda con le stagioni (che sono come le nostre o come in Irlanda) te la cavi meglio. Brenton Tarrant, nato da una buona famiglia, insegnante di inglese la mamma, sportivo il padre, ha viaggiato molto, quando ha ereditato qualche soldo dal padre scomparso prematuramente e si è forse un po’ spaventato nel vedere cosa sta accadendo in Europa. Non ha riflettuto abbastanza sull’opportunità di studiare e di lavorare al modello occidentale offerto dalla sua latitudine rispetto all’Europa. E’ l’era di internet, signori. “The Internet” dicono gli anglosassoni, sempre con l’articolo. E ciò che lo alimenta, che piaccia o no, deriva ancora dall’informazione e dai media tradizionali. I quali raccontano tanto di Luca Traini, invece che parlare delle migliaia di autentici geni che se ne sono andati o di quelli – non molti – che hanno avuto le idee e il coraggio di provare e vincere sfide qui sul posto.

Gli australiani, i canadesi e gli inglesi sono gli unici che entrano pressoché liberamente in Nuova Zelanda. E manca qualunque policy o criterio di preferenza per chi sia portatore di un profilo culturale o psicologico che esprima un valore ideale. La Nuova Zelanda fa entrare nel paese allo stesso modo in cui la vecchia Europa tende a scegliere la sua classe dirigente. Le conseguenze, tra qui e laggiù, sono molto più simili di quello che può sembrare a caldo.

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