SI LANCIA DALLA FINESTRA DOPO UNA NOTA/ Genitori, insegnate loro il bello dell’errore

- Federico Pichetto

A Coriano (Rimini) un 12enne si è buttato dalla finestra della scuola dopo aver preso una nota. Ma occorre saper inciampare

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LaPresse

Una nota per non aver fatto i compiti a casa. Sarebbe questo il motivo del gesto disperato di un dodicenne di Coriano, in provincia di Rimini, che si è gettato dal secondo piano della scuola dove era appena accaduto il fatto. Una nota che, si dice, si sarebbe inserita in un momento emotivamente difficile del ragazzino, aggravandone il senso di assedio, la paura delle conseguenze. Difficile dire quanto di queste ricostruzioni giornalistiche sia corrispondente al vero. Di sicuro ci sono due elementi che, a prescindere dai fatti narrati, meritano attenzione e riflessione.

Potremmo, per semplificare, dire che i temi di questa, come di altre vicende, sono due: la realtà e le conseguenze. Sono le due grandi questioni con cui i nostri ragazzi si trovano a confrontarsi tutti i giorni. Da un lato la realtà: uscire dall’infanzia oggi è più complesso, in quanto il mondo virtuale dei videogiochi e dei social in qualche modo prolunga la mancanza di contatto con le cose, col loro valore, con le loro ripercussioni. La realtà appare al ragazzo come qualcosa che non è mai destinato a presentare il conto, come una continuazione delle fantasie dei primi anni di vita in cui nessun personaggio dei cartoni animati davvero muore o, se muore, lo fa per finta: l’assenza di regole certe, di assunzioni vere di responsabilità, perfino il venir meno della bocciatura e la sistematica contestazione dei docenti, dei maestri e del sistema scolastico, nonché dei mister delle società sportive, dei parroci e dei catechisti, condannano il bambino a un mondo più ristretto, più chiuso, in cui ciò che conta è il giudizio della mamma o del papà, l’assecondare con le proprie azioni il loro disegno di potere.

E qui c’è l’altro tema: le conseguenze. Mamma e papà a volte costruiscono un sistema così perfetto che niente può scalfirlo, in cui ciò che davvero emerge è la loro solitudine: si sono assunti l’onere di proteggere i figli, di demarcare il confine tra il lecito e l’illecito, ma non l’hanno fatto all’interno di una comunità, di un villaggio, bensì nell’alveo della loro solitudine. La solitudine dei genitori diventa insostenibile nella preadolescenza, quando a dinamiche relazionali si tende a sostituire – per il sincero bene dei figli – dinamiche di potere: tu puoi o non puoi fare questo, usare il cellulare, giocare ai videogiochi, guardare quel programma, uscire con gli amici. Di per sé queste misure non sono negative, ma ai ragazzi risultano come le inevitabili conseguenze dell’unica regola della casa: aver perso la benevolenze del genitore. Ecco che la nota diventa un brusco ritorno alla realtà, alla quale il ragazzo non è pronto, e le conseguenze immaginate sono altre privazioni, ma – soprattutto – il senso ultimo di aver deluso chi ci ama, di aver fallito.

Insegnare ai propri figli l’arte del fallire, la bellezza dell’errore, la possibilità di prendere note o di avere “quattro” in una materia: far capire che la loro vita per crescere deve inciampare, che la performance è buona non quando è valutata molto, ma quando ci ha lasciato qualcosa. Sono queste le sfide che i genitori hanno, sono queste le vie perché nessuno si senta più assediato da una nota, da un voto, da una gara. I nostri figli non sono i migliori, non sono i più bravi, sono un dono. E in quel dono c’è già il voto più grande che la vita ha dato loro: quello per cui vale la pena esistere, esserci. Non insegnate ai bambini la vostra morale, diceva Gaber, ma mostrate loro la magia della vita, la bellezza anche di una nota.

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