Barbara Bartolotti/ Il collega Giuseppe: da bravo ragazzo ad aguzzino (Sopravvissute)

- Emanuela Longo

Barbara Bartolotti, la sua storia a Sopravvissute: la furia del collega, da “bravo ragazzo” a suo aguzzino, un mancato femminizio e l’ingiustizia prima della rinascita

Barbara Bartolotti
Barbara Bartolotti (Da Video Youtube)

La storia di Barbara Bartolotti sarà al centro della nuova puntata di Sopravvissute. Si tratta di una storia che risale al 2003 ma che ancora oggi indigna e lascia interdetti per il concentrato di violenza e palese ingiustizia che l’ha caratterizzata. Siamo a Palermo, dove Barbara lavora come contabile in una ditta della città. Ha 29 anni ed è una donna felice: è sposata con un poliziotto, ha due figli e scopre di aspettare il terzo. Una notizia che dovrebbe suscitare gioia in coloro che la conoscono ma alla quale una persona in particolare reagisce in maniera del tutto inaspettata. Si tratta di Giuseppe, suo collega di lavoro, fino a quel momento il classico “bravo ragazzo”, riservato e dai modi gentili e rassicuranti ma da tempo segretamente invaghito di lei. Tra loro non c’è mai stata alcuna relazione ma nonostante questo l’uomo non accetta che Barbara non possa essere “sua”. Un giorno la chiama dicendole di doverle parlare e con il pretesto di un sopralluogo lavorativo, le chiede di incontrarla in città per pochi istanti. Un invito che in Barbara non provoca alcun allarme alla luce della stima reciproca che fino a quel momento aveva caratterizzato il loro rapporto. Barbara accetta così di salire nella sua auto ma capisce ben presto che il tragitto compiuto dall’uomo non è quello inizialmente programmato. Il “bravo ragazzo” la condurrà in un luogo isolato ma proprio quando la donna chiede di accostare e farla scendere, al fine di chiamare il marito ed avvertirlo di ciò che stava accadendo, succede l’impensabile.

Barbara Bartolotti e la follia del suo collega

Il collega di Barbara Bartolotti si sarebbe ben presto trasformato nel suo aguzzino. Quel “bravo ragazzo” ben presto lascia trapelare la sua vera natura dando sfogo ad una violenza assurda, improvvisa ed al tempo stesso mostruosa. Proprio mentre la donna sta provando a chiamare il marito, quando il collega la colpisce alle spalle ripetutamente, per quattro volte, con un martello in testa. Barbara non avrà neppure il tempo di domandargli cosa sta accadendo ma riesce appena a sentire la voce senza umanità del suo aggressore: “se non posso averti… meglio ucciderti”. Alle martellate si aggiungono improvvisamente le coltellate con le quali le trafigge il ventre causando la morte del bambino che portava in grembo. La sua follia omicida però non termina qui: l’uomo si sposta verso il porta bagli, estrae una tanica di carburante, la versa sul corpo della collega e le dà fuoco. La donna è in balia delle fiamme mentre lui continua a godersi in maniera sadica lo “spettacolo” allontanandosi solo quando ormai la crede morta.

Barbara Bartolotti, dall’ingiustizia alla violenza

Il pensiero dei figli ridà a Barbara la forza di reagire e rialzarsi, di spegnere le fiamme che l’hanno trasformata in una torcia umana e di chiedere aiuto a due ragazzi che in quel momento passano in auto. Quindi la corsa contro il tempo verso il più vicino ospedale, il nome del suo aguzzino pronunciato con forza ai medici e il suo crollo in un coma profondo. Dopo sei mesi di cure intensive al centro grandi ustioni di Palermo Barbara risorge a nuova vita e nonostante le cicatrici e la depressione trova il coraggio di ricostruire la propria esistenza, denunciando il suo aggressore. L’uomo, incensurato, viene considerato dai giudici colpevole solo di lesioni gravissime e non di tentato omicidio. Avrebbe dovuto scontare 25 anni di carcere ma alla fine se la cava con appena 4 anni ai domiciliari che però, grazie all’indulto, non ne sconta neppure uno. Quel crudele aguzzino riesce così ad indossare nuovamente la sua maschera di “bravo ragazzo”, viene assunto in banca, si sposa e diventa padre. Le sue cicatrici, su corpo, volto e anima, invece, Barbara continuerà a portarsele dietro ancora per molto tempo. Eppure, contro ogni più buia decisione la donna rivive nuovamente la gioia della maternità, divulgando la sua storia e fondando l’associazione “Libera di vivere”, con la quale spera di dare un supporto alle donne vittime di violenza.

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