LETTERA/ “Il bello di essere fedeli alla dottrina della Chiesa”

- Roberto Colombo

L’autore risponde alla lettera di P. Vites spiegando chi sono i sui maestri. “Può un cattolico restare immobile quando viene compiuto il male?”

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Piazza San Pietro (LaPresse)

Caro direttore,
nella sua lettera “L’errore di una battaglia fatta di slogan e muri”, Paolo Vites conclude con una interessante domanda: “Viene da chiedersi chi abbia educato questo popolo negli ultimi venti e passa anni, da quando è caduto il muro di Berlino”.

Siccome i padri e i maestri di fede, di cultura e di azione ognuno solo sa chi sono i propri e nessuno è titolato a parlare per gli altri, neppure per i membri di quel “popolo della vita e per la vita” (l’espressione è di San Giovanni Paolo II, in Evangelium vitae n. 78) cui allude la lettera, ricorderò – in modo esclusivamente personale – da chi io sono stato educato e sono tuttora continuamente educato nel credere, nel pensare e nell’agire perché nella società “si instauri finalmente una nuova cultura della vita, frutto della cultura della verità e dell’amore” (ivi, n. 77). Non si dà amore, servizio e testimonianza alla bellezza della vita umana se non nella verità della vita umana, chiamando le cose con il loro nome, il bene come bene e il male come male.

Anzitutto sono debitore al Concilio Vaticano II, che nella Gaudium et spes (n. 51), con realismo e ragionevolezza, riconosce l’aborto come uno degli “abominevoli delitti” e – citandolo al pari dell’omicidio, del genocidio, dell’eutanasia, delle deportazioni, della schiavitù, del “mercato delle donne e dei giovani” e delle condizioni “con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno” – lo annovera tra le azioni “certamente vergognose”. Il Vaticano II (non un concilio medioevale e neppure quello di Trento!) sul quale punta proprio Papa Francesco per una rivitalizzazione della Chiesa, perché – è lui stesso a dircelo – “il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi” (Intervista di p. Antonio Spadaro, La Civiltà Cattolica, 2013). A questa definizione dell’aborto si è ispirato lo stesso Francesco quando ha dichiarato che “l’aborto non è un ‘male minore’. È un crimine. È fare fuori uno per salvare un altro. È quello che fa la mafia. È un crimine, è un male assoluto. […] È un male in sé stesso, ma non è un male religioso, all’inizio, no, è un male umano. Ed evidentemente, siccome è un male umano — come ogni uccisione — è condannato” anche dalla Chiesa (Conferenza stampa, 17 febbraio 2016).

Di fronte a due “padri” e “maestri”, il Vaticano II e Papa Francesco, che insegnano che ogni uccisione deliberata di un innocente nel grembo materno (autorizzata e realizzata attraverso una legge dello Stato che San Tommaso d’Aquino chiamerebbe “lex iniqua”) è un “abominevole delitto”, un “crimine”, il fedele cattolico cosa dovrebbe fare? Limitarsi a testimoniare quanto è vero e grande e bello (e così davvero è!) Il fatto che molte donne accolgano la vita del nascituro e numerosi medici la curino anziché sopprimerla, o anche darsi da fare affinché, con l’aiuto di Dio e di altri uomini e donne amanti della vita, le cose cambino e un minimo di giustizia venga ristabilita attraverso una legge che davvero tuteli il concepito anche prima della nascita o, quanto meno, riduca il numero di autorizzazioni all’aborto?

Del resto, è il secondo “padre” e “maestro”, l’attuale Pontefice, attraverso i suoi grandi gesti e le sue autentiche parole a mostrarci il percorso, il metodo da seguire, esemplificandolo – tra l’altro – nel caso delle persone migranti dall’Africa verso l’Europa o dal Messico verso gli Stati Uniti. Non solo Francesco ha testimoniato personalmente il comandamento evangelico dell’amore verso i poveri e gli stranieri accogliendoli tra le sue braccia, mettendo loro a disposizione l’assistenza necessaria in piazza San Pietro (docce, cibo, vestiti, coperte, barbiere, medici e infermieri), e trasportando in Vaticano dodici profughi siriani con il proprio volo di ritorno da Lesbo, ma non si stanca mai di denunciare – “opportune et inopportune”, come suggerisce San Paolo (2 ™ 4,2) – le tendenze culturali, le politiche, le leggi e i decreti che in Italia, in Europa e negli Stati Uniti si oppongono al bene dell’accoglienza, dei “ponti” fra i popoli, alimentando il male del rifiuto, la costruzione di “muri” e la “chiusura dei porti”.

E giustamente Papa Bergoglio lo fa con forza, con energica determinazione, facendo indiretto ma inequivocabile riferimento a parole, gesti e iniziative di movimenti, gruppi politici e uomini al potere che perseguono il male e rifiutano il bene, entrando, ove necessario, anche a gamba tesa nelle questioni sociali, senza temere o evitare lo scontro. È irragionevole affermare il bene senza, al medesimo tempo e con uguale decisione, denunciare il male. Se questo vale per chi provoca la sofferenza e morte – in mare e in terra – della vita debole, indifesa e perseguitata dei migranti e dei profughi, perché non agire similmente verso chi causa sofferenza e morte della vita prenatale – nel grembo materno – esposta ad “abominevole delitto”, al “crimine” dell’aborto?

Vengo ora al terzo “padre” e “maestro”, San Giovanni Paolo II, che della caduta del muro di Berlino – citata da Paolo Vites nella sua lettera – è stato uno degli artefici culturali e politici. Egli ha potentemente contribuito ad imprimere nella mia personalità l’irrequietudine verso l’ingiustizia, nei confronti della mancanza di rispetto e tutela di ogni vita fragile e del luogo sorgivo dell’esistenza e dell’educazione alla verità e all’amore: la famiglia. “Noi reagiremo [stand up, ‘ci alzeremo in piedi’] ogni volta che la vita umana è minacciata. Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi reagiremo per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita. Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi interverremo per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore. Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi reagiremo riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per il bene comune di ogni società, nazione e stato” (Omelia a Washington, 7 ottobre 1979).

Può un cattolico restare seduto, immobile, quando di fronte ai suoi occhi e a quelli dei suoi fratelli, dei suoi figli e dei suoi amici viene compiuto il male (secondo quanto la ragione umana, la Rivelazione di Dio e la tradizione della verità nella Chiesa affermano), beandosi del solo fatto di non compiere lui questo male e così di dare testimonianza al bene? All’inizio della Santa Messa, non chiediamo perdono a Dio e ai fratelli anche delle nostre “omissioni”, oltre che delle “commissioni”? E tra queste omissioni non vi è forse anche l’astenersi dal contribuire a promuovere il bene della persona, della famiglia e della società allontanando il male, per quanto ci è possibile, nella consapevolezza che “bisogna dare battaglia perché Dio conceda la vittoria” (Santa Giovanna d’Arco) e “fare tutto come se dipendesse da te, sapendo che tutto dipende da Dio” (Sant’Ignazio di Loyola)?

Non posso terminare senza ricordare l’influsso di Benedetto XVI sulla mia formazione e il mio impegno per la vita e la famiglia. A proposito delle “teorie del gender” afferma: “La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. […] L’uomo contesta la propria natura. […] Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. […] Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso. E si rende evidente che là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo” (Discorso di presentazione degli auguri natalizi della Curia romana, 21 dic. 2012).

“Lotta” contro il male e “difesa” del bene non sono parole estranee al lessico cristiano (la Bibbia, i Padri della Chiesa e il Magistero li usano frequentemente). L’allora cardinale Joseph Ratzinger firmò l’autorevole Nota circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, in cui ricordava che “quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia. […] Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità […]: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani” (Congregazione per la Dottrina della Fede, 2002).

Sul “gender” la ripresa del giudizio di Benedetto XVI da parte del suo successore Francesco è nota: “Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che niente ha a che fare col popolo. […] Perché dico ‘colonizzazione ideologica’? […] Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana. Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza. I popoli non devono perdere la libertà. Il popolo ha la sua cultura, la sua storia” (Conferenza stampa, 19 gennaio 2015). Vi è “un grande nemico del matrimonio, oggi: la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee. Pertanto, bisogna difendersi dalle colonizzazioni ideologiche” (Discorso a Tbilisi, 1 ottobre 2016). “Colonizzazione ideologica”, “libertà della cultura di un popolo”, “guerra mondiale contro il matrimonio”, “necessità di difendersi”: in questo giudizio mi è “padre” e “maestro” l’attuale successore di Pietro. E un cattolico, di fronte a tutto questo, a cosa è chiamato per il bene di sua moglie o di suo marito, quello dei suoi figli, dei suoi studenti, dei suoi parrocchiani, per il bene della Chiesa e della società?

Sento già che qualcuno sussurra: “Ma, al giorno d’oggi, battersi per questa pur giusta causa è una sconfitta anticipata”. Verona – hanno scritto – è stata inutile: non cambierà nulla. Di fronte a questo cinico scetticismo, estraneo al pensiero e alla militanza dei cristiani di sempre che confidano nella Divina Provvidenza e nel valore educativo delle parole e dei gesti che nascono dalla fede, la risposta è di nuovo affidata al metodo che guida Francesco nell’affrontare il tema urgente dell’accoglienza, ma che è esemplare per ogni altro impegno del cristiano nel mondo. Nonostante il ripetuto rifiuto di abbattere i pensieri e i muri ostili ai migranti e di aprire loro i cuori e i porti, il Papa non si stanca di ripetere il suo giudizio di dura condanna verso questa cultura e questa politica non ospitale, perché la ritiene giustamente contraria al Vangelo e al bene della società. Non cessa di dare battaglia alle idee e alle azioni malvagie (anche se sa che i suoi interventi non hanno fatto cambiare posizione a chi detiene il potere legislativo ed esecutivo, e potrebbero non sortire effetto in futuro) perché, da autentico “padre” e “maestro”, ha di mira l’educazione alla verità e al bene dei suoi figli e dei suoi discepoli più che il successo delle proprie iniziative. Le battaglie culturali, sociali e politiche per una giusta causa sono sempre educative per sé e per chi ci guarda e ci stima, anche (forse ancor più) quando si tramutano in un’apparente sconfitta.

Il Concilio Vaticano II, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco: “cattivi maestri”? A lei, caro direttore, e ai suoi affezionati lettori la risposta. Con gratitudine per l’accoglienza sulle colonne del Sussidiario e un cordialissimo saluto.

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