CANNABIS/ Fa male: le prove della scienza, dei genitori e degli insegnanti

- Antonello Vanni

La cannabis fa male e gli studi scientifici più seri lo dimostrano. Gli adolescenti sono la categoria più a rischio

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Cannabis in Fiera a Milano (LaPresse)

Caro direttore,
la discussa proposta di Matteo Salvini di chiudere i cannabis shop, da qualche giorno all’attenzione dei media e della politica, ha alcuni difetti ma anche un grande merito. Prima i difetti. Certamente non basterà la chiusura di questi negozi per sconfiggere l’uso della droga più consumata al mondo e più infestante nella vita dei nostri figli tanto da terrorizzare i genitori già a partire dalle scuole medie: sono (anche) altri infatti i protocolli riconosciuti a livello internazionale per sconfiggere questa piaga (l’autore li ha documentati nel suo libro Adolescenti tra dipendenze e libertà. Manuale di prevenzione per genitori, educatori e insegnanti, ndr).

E ora il grande merito della proposta di Salvini: la volontà di risvegliare dopo anni di silenzio (qualcosa era stato tentato dai governi prima del 2010) l’attenzione su un fatto semplicemente scientifico: la cannabis fa male. Infatti è proprio questa l’arma vincente e numero uno della prevenzione all’uso di questa droga: dire chiaramente, ripetutamente e sulla base di prove concrete, che fa male. I danni della cannabis sono ad esempio presentati nel libro Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita di Claudio Risé, di cui ho curato una significativa documentazione scientifica e un opuscolo liberamente scaricabile da stampare e fare leggere ai propri figli o studenti.

La cosa più importante però è far passare questo messaggio di pericolosità della cannabis agli adolescenti. Alla citata documentazione scientifica infatti si aggiungono continuamente altre conferme, come quella allarmante pubblicata l’anno scorso sul Drug and Alcohol Dependence Journal secondo cui l’uso di marijuana a partire dall’adolescenza e lungo l’età evolutiva è associato ad anomalie nello sviluppo del cervello riscontrabili già all’età di 25 anni grazie a moderne tecniche di neuroimaging.

Le aree, inibite nel loro sviluppo dal consumo di marijuana, sono secondo questa ricerca l’amygdala e la pars opercularis. Un fatto che del resto i docenti possono già riscontrare nella loro pratica didattica quotidiana in molti alunni, anche a prescindere da sofisticate tecniche: deficit nello sviluppo dell’amygdala significa difficoltà nella gestione dell’emotività, deficit nello sviluppo della pars opercularis significa eccessiva impulsività e difficoltà di controllo del comportamento da parte del ragazzo. Ed è questo, non le chiacchiere mediatiche, che vedono molti insegnanti e genitori con grande preoccupazione e sofferenza.

Queste evidenze scientifiche, che si sommano a infinite altre, e non i punti di vista parziali o ideologici, sono quindi la base su cui la riflessione pubblica deve poggiare per tutelare la salute dei nostri figli, troppo precaria secondo le previsioni di importanti istituzioni: già nel 2103 l’Organizzazione mondiale della sanità aveva avvertito che entro il 2020 nei Paesi sviluppati la sofferenza psicologica si sarebbe ampliata in modo preoccupante in tutte le fasce d’età, riguardando una persona su cinque. C’è molto su cui lavorare per modificare questo trend, ma cominciamo con il prevenire l’uso di ciò che sappiamo fare male.

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