IL CASO/ Il “movimento delle valige”: così muore la società del Sud

- Francesco Inguanti

In Sicilia si è formato il “movimento delle valigie”, una protesta di coloro che non voglio lasciare la loro terra: i giovani siciliani di oggi

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LaPresse

Da quando è stata istituita il 1° maggio la festa del lavoro, sono tantissime le modalità con cui è ricordata in tutto il mondo. Ma quella di Palermo del 30 aprile è stata certamente inusuale. In piazza è sceso quello che è stato definito “Il movimento delle valigie”. Le valigie cui si fa riferimento sono quelle di cartone, quelle che nella storia dell’emigrazione italiana più recente identificano plasticamente l’esodo di milioni di meridionali verso il nord Italia nell’immediato dopoguerra. Questa volta la valigia è il segno di una protesta, non di quelli che armai sono partiti, ma di coloro che non voglio partire: i giovani siciliani di oggi.

L’iniziativa è nata in modo spontaneo in uno tra i più poveri quartieri di Palermo, Borgo Nuovo, più precisamente nella parrocchia di san Paolo Apostolo dove il parroco don Antonio Garau ha voluto raccogliere il grido non di chi è già partito, ma dei familiari, perché questo esodo si fermi in tempo. Attorno a lui e a tanti altri parroci si sono radunati molti altri di cittadini che hanno sfilato in corteo e in silenzio fino alla piazza antistante la sede del parlamento siciliano.

Il commento più frequente dei passanti è stato: “Ma i giovani dove sono?” Già! I giovani! “I nostri giovani, i nostri figli sono già partiti. Chissà se torneranno!” Questo il grido di dolore che nonni, zii, genitori e fratelli lanciano all’opinione pubblica, e alla politica in particolare, perché ci si adoperi per evitare che il fiume che da sud va verso nord “e non più solo verso l’Italia”, ha precisato una giovane il cui fratello lavora da tempo in Germania, si fermi per tempo.

Ognuno dei presenti aveva una storia da narrare. Una nonna ha raccontato ai cronisti: “Mio figlio è partito tanti anni fa. Lavora dignitosamente al nord. Ma io non ho visto crescere i miei nipotini. Tornano al massimo due volte l’anno in Sicilia. Io non ho i soldi per prendere l’aereo ogni mese. Ormai sono adolescenti. Ci sentiamo per telefono e ci vediamo con WhatsApp”. Piange e conclude: “Ma vi sembra giusto?”

Un’altra ragazza ha aggiunto: “Mia sorella lavora in Inghilterra. Lì ha conosciuto un ragazzo napoletano con cui vorrebbe sposarsi. Mi ha chiesto: ‘Devo far crescere i miei figli in un contesto sociale così diverso e così distante da quello in cui noi due siamo vissute? Ti sembra giusto?’ Ed io non ho saputo rispondere, perché ho 28 anni ed ancora non ho mai lavorato”.

Le storie erano tante, tutte diverse e tutte simili. Le accomunava una parola magica, “Ryanair”, la compagnia aerea che, “se prenoti per tempo – ha detto una giovane che non è ancora voluta partire – offre voli a 19,99 euro per tutta Europa, purché porti il solo baglio a mano, dove può entrare meno di quello che entra in queste valigie che abbiamo portato qui oggi. Altrimenti i costi aumentano. Questi voli sono ormai pieni di giovani che partono per lavoro, altro che turisti”.

Dietro lo striscione “Io non vado via. Amo la mia terra”, ogni partecipante portava una valigia di cartone con gli slogan più vari: “Vogliamo lavorare nella nostra amata città”. “Non vado Via. Amo la mia terra”. “Vogliamo dignità”.

Il breve percorso si è concluso sotto le stanze del potere per antonomasia, l’Assemblea regionale siciliana. Ma non era previsto alcun incontro. Nessuna delegazione è stata ricevuta. Nessun parlamentare raccoglierà il grido della piazza. Don Antonio Garau l’ha detto e spiegato più volte. “Chiediamo a tutti di farsi carico del problema. Costituiamo un tavolo unico e vediamo di fare in modo che ciascuno faccia la propria parte”.

È arrivato puntuale l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. Si è unito al silenzio e poi ha risposto ai cronisti. “Siamo preoccupati – ha esordito in modo diretto – per 40 o 50 migranti che giungono tra noi su una nave provenienti da zone di guerra e di fame, ma ci dimentichiamo che è questa la vera sfida che dobbiamo raccogliere e che politica e istituzioni devono saper leggere e interpretare. Ma il problema ha un’altra faccia che i presenti esprimono bene: lo smembramento delle famiglie. Di questo dobbiamo saperci far carico, perché la stabilità sociale, cui tutti teniamo, passa attraverso relazioni forti in grado di reggere il confronto con le difficoltà odierne”.

C’è da fare spazio anche ad un altro piccolo dramma, che è però la punta di un iceberg, che si sta consumando in città, quello di Paul, un immigrato ghanese, ospite da tempo nella Missione di Speranza e Carità di Biagio Conte che rischia l’espulsione. Ha 51 anni ed ha ricevuto il decreto di espulsione dopo 17 anni trascorsi in Italia. Dalla Missione dicono che aveva il permesso di soggiorno lavorativo, ma poi è stato male, ha perso il lavoro e da anni vive in Missione. “Lo hanno portato in Questura – riferisce fratel Biagio Conte -. Ora abbiamo contattato un avvocato e abbiamo fatto ricorso. Per ora Paul deve firmare al commissariato di Brancaccio. Ecco perché mi sono sistemato accanto al lui sotto casa del beato Pino Puglisi. Non mangerò e pregherò da qui finché si sarà fatta giustizia verso Paul”.

“Paul da 10 anni vive in Missione, fa l’idraulico, ha sempre vissuto con grande spirito di servizio, di generosità, di onestà. Ha aiutato tanti fratelli italiani e stranieri che dormivano per strada. Ha riparato i bagni della grande casa che è la Missione”, aggiunge fratel Biagio.

“Come sempre – ha detto Lorefice – Biagio Conte indica la via e anche in questo caso ci aiuta a toccare con mano le conseguenze di certi decreti che io ho già definito ‘disumani’. Un altro caso eclatante abbiamo avuto a Modica e altri ne verranno fuori pian piano. Biagio ci richiama a condividere il dramma della carne umana attraverso cui deve giungere la bella notizia del Vangelo nella vita degli uomini. Ma tornando ad oggi vorrei dire che la definizione di “fuga di cervelli” mi appare riduttiva. Qui si tratta di generazioni intere che lasciano l’isola e questo è un problema che andrebbe affrontato col massimo di impegno da parte di tutti, piuttosto che perdersi in tante inutili e lunghe discussioni. Fatemi aggiungere che a questo tema del lavoro che manca si collega strettamente quello della mafia. Perché se non c’è lavoro altri si propongono come agenzie alternative allo Stato, alla Regione, ecc. Come è successo e come continua a succedere”.

La manifestazione si è sciolta con l’invito di don Garau ai prossimi appuntamenti, che saranno anche in altre diocesi, grazie all’invito giunto da altri vescovi siciliani.

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