JULIAN CARRÓN/ “Uno sguardo pieno di tenerezza nei nostri confronti”

- int. Julián Carrón

Sull’Eco di Bergamo di oggi una intervista al presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julián Carrón

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Julián Carrón (Infophoto)

Pubblichiamo qui sotto l’intervista esclusiva di Carlo Dignola (L’Eco di Bergamo) a Don Julian Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

 

All’ultimo appuntamento del ciclo di incontri sul libro Il senso religioso di don Luigi Giussani organizzato da Bergamolncontra, stasera alle 21 al Centro Congressi Giovanni XXIII interviene don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Il titolo è: «Il compito della realtà: risvegliare le domande ultime». Il sociologo tedesco Ulrich Beck diceva che «su una frase la maggioranza delle persone oggi si trova d’accordo, al di là di tutti gli antagonismi, e in tutti i continenti: “Non capisco più il mondo”». In effetti i quadri di riferimento sembrano saltati. Le famiglie si sfasciano. I partiti dopo qualche anno si sciolgono, o cambiano nome. La Chiesa stessa non appare più come un «solido riparo».

Come si fa a vivere in questa confusione? 

Io penso che la confusione attuale da una parte metta in evidenza tutta la difficoltà del momento, ma allo stesso tempo faccia emergere con chiarezza che cosa non è affatto confuso: il desiderio dell’uomo di trovare una risposta a questa confusione. Una persona di recente mi descriveva la sua noia personale e quella che percepisce attorno a sé, ma – diceva – c’è qualcosa che allo stesso tempo ci unisce: la certezza, quasi infantile, che stiamo aspettando qualcosa. Questo non viene meno. Ed è piuttosto straordinario. Stiamo coltivando in silenzio questa attesa. Non sappiamo che cosa sia, da dove venga, come si manifesterà, ma attendiamo qualcosa di radicalmente nuovo. E d’altra parte la stessa confusione, in un certo senso, fa sì che sia più facile identificare, intercettare quelle persone che possono costituire una risposta. Un amico ammalato, che vive in questi giorni in ospedale, mi raccontava che alcuni dottori, visto come sta affrontando lui la malattia gli chiedono se può andare a visitare altri degenti che sono molto più depressi di lui. Paradossalmente oggi, nel buio, è più facile intercettare le persone che continuano a illuminare.

L’incendio di Notre Dame de Paris è sembrato un segno funesto delle sorti della Chiesa in Francia, e in Europa. I dati della religiosità in quel Paese sembrano confermare una débacle. Eppure, anche in quel contesto molto secolarizzato e scettico la gente ha sentito quella chiesa come qualcosa di «notre» – non trova? 

Sì, è un buon esempio della situazione in cui siamo: c’è una mancanza di interesse per il fatto che ha costituito l’Europa, il fatto cristiano, eppure davanti a un simbolo come la cattedrale di Parigi tutti si sentono interpellati. Poi uno potrà vivere questo semplicemente come un momento di nostalgia, o può invece chiedersi perché di fronte al rischio della distruzione di quella chiesa ha avvertito dentro di sé uno strappo. Qui l’uomo gioca la partita: se vuole assecondare quel contraccolpo, andare fino in fondo, domandarsi che cosa gli manca; oppure lasciar perdere, fermarsi all’urto sentimentale del momento. Questa è l’ambiguità della situazione in cui viviamo: può essere una bellissima occasione perché l’uomo riscopra quella tenerezza con se stesso che resuscita ancora con più chiarezza l’esigenza di un significato. E se la si prende sul serio, cominciano ad apparire davanti ai nostri occhi dei segni di risposta.

Non è così facile come potrebbe sembrare essere veramente, lealmente attaccati a sé. 

È uno sguardo che viene da fuori di noi a rendere possibile questo attaccamento. Al bambino che piange, che ha paura risponde la mamma, che lo introduce a una esperienza di sé diversa. Nel vivere puoi incontrare, anche da adulto, uno sguardo che ti consente una tenerezza verso di te prima impensata. Come accade a Zaccheo nel Vangelo: tutto il mondo intorno pensava a “bacchettarlo”, passa Gesù e lo guarda come neppure lui sapeva guardare se stesso. Tutti abbiamo come una rigidità. Non troviamo l’angolatura giusta per vedere le cose, la prospettiva adeguata. Abbiamo bisogno di un altro che ci aiuti per iniziare a guardare la nostra umanità così com’è: allora si comincia anche a cambiare. Ma non è così facile incontrare persone che si siano riconciliate con la propria umanità. Questo è ciò che la Chiesa, proprio per quello che la costituisce, è in grado di testimoniare. La grande possibilità della Chiesa oggi è questo abbraccio alle persone ferite».

Questo è il messaggio di fondo del Papa? Non un «abbuono» sul piano morale, uno sconto che riparametri il debito personale in base alle condizioni morali attuali della società, scivolate verso il basso, ma l’invito a riscoprire la natura della Chiesa come abbraccio all’uomo. 

Infatti. È uno sguardo pieno di tenerezza nei nostri confronti. Oggi abbiamo bisogno di toccare con mano, di vedere lo sguardo di qualcuno carico di questa misericordia. Concreta, perché il Cristianesimo passa sempre attraverso la carne. All’uomo del nostro tempo non bastano le email o i messaggi astratti. Solo se passa attraverso uno sguardo umano, la salvezza può raggiungerci. E invece spesso ci guardiamo con l’occhio determinato dalla mentalità comune, che giudica.

Molti credenti oggi si rifugiano nell’accidia o nell’attaccamento risentito al passato. C’è il rischio di una introversione moralistica del cattolicesimo? 

È sempre in agguato. E alla fine finiamo vittime di noi stessi, della nostra misura. Solo Gesù ha potuto introdurre uno sguardo così capace di valorizzare l’uomo, di vedere tutta la fame e la sete che costituiscono il suo cuore, e rispondervi.

Un tempo la parola «cattolico» era magna pars dell’essere italiano, o spagnolo. Oggi «cattolico» sembra uno che ha delle particolari inclinazioni, un po’ strane, molto discutibili. Cosa è successo? 

Cattolico è ciò che è pertinente all’umano. Nel mix della nostra società persone di qualsiasi cultura, di qualsiasi provenienza, quando incontrano uno sguardo così lo percepiscono come adeguato: vogliono sentirsi guardate così, valorizzate così. Se lo si riduce a qualcosa di soffocante, il cattolicesimo smarrisce la sua natura, che è apertura universale.

Di recente mi è capitato di leggere certi libri, apologetici o polemici, che parlano della Chiesa di oggi senza quasi nominare Gesù Cristo. Non è un po’ strano? 

È un modo in cui la mentalità di tutti entra anche nella vita della Chiesa: tanto abbiamo ridotto Gesù, che quasi ci vergogniamo a metterlo davanti. È la personalità storica di Gesù, e il suo sguardo che continuano ancora oggi a essere interessanti per tutti gli uomini, che lo trovano incarnato in una figura umana. Il Papa va ad Abu Dhabi, va in Marocco perché lo cercano, è riconosciuto. Una incarnazione del cristianesimo come quella che lui documenta, viene percepita. Non deve rinunciare a Gesù per arrivare a tutti, anzi: è solo perché vive in Gesù che può porsi come figura umana capace di interessare tutti.

(Carlo Dignola, dall’Eco di Bergamo, 8 maggio 2019)

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