NEONATO ABBANDONATO A ROSOLINA/ Il miracolo di ritrovare un abbraccio umano

- Laura D'Incalci

Neonato abbandonato a Rosolina. L’infermiera che ha salvato il piccolo Giorgio rivive gli istanti di quella tenerezza, ma è consapevole di non poterlo far suo

gravidanza donne incinte
(LaPresse)
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“C’è un bambino abbandonato davanti al cimitero di Rosolina, non si muove, è morto”: la segnalazione dell’emergenza, l’immediata mobilitazione di un’équipe del pronto soccorso più vicino, la corsa contro il tempo… Infine la commozione di trovare il piccolo infreddolito, ma vivo.

Un’avventura così non si dimentica: Giorgia Cavallaro, l’infermiera del team che ha prestato i primi soccorsi, la sera stessa di quel giorno avventuroso non ha potuto fare a meno di esprimere il turbinio di pensieri ed emozioni vissute. Lo ha fatto scrivendo una lettera (pubblicata sul Corriere del Veneto) che rendesse possibile tramandare l’evento, rendere memorabile e significativo quell’inizio, quella nascita così precaria, così fragile, abbandonata… eppure sorprendente, ritrovata, abbracciata.

Si rivolge direttamente al neonato, chiamato Giorgio in suo onore, raccontandogli il miracolo del suo respiro, del suo pianto, del primo sguardo, dei primi attimi di calore umano. “Avevi i piedini e le manine gelate… ti ho preso in braccio e ti ho posato al mio petto coprendoti con il lenzuolino sterile, una coperta… Il suono delle sirene ti ha dato uno scrollone, ti sei messo a piangere. È lì che hai aperto gli occhi, mi hai guardata, ti ho fatto una carezza e immediatamente hai cercato di succhiare il dito”.

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Istanti intensi e indelebili che non possono andar persi, che potranno un giorno essere raccontati proprio a lui da chi lo avrà accolto e amato e saprà trovare “le parole giuste per rivelarti com’è cominciata la tua vita…”.

La tenerezza di Giorgia per il neonato che sembra essere rinato fra le sue braccia lascia trasparire un forte sentimento materno: pensando alla mamma che lo accoglierà, confida un pensiero che le ha sfiorato la mente anche se irreale: “quella mamma vorrei essere io che non ho figli, purtroppo so che non sarà possibile” confida, ben consapevole del lungo e complicato iter per le adozioni affrontato da genitori in attesa da tempo.

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Mentre prevale il sentimento positivo e gioioso che apre l’immaginazione di Giorgia al futuro, all’augurio di un’esistenza felice, segnata fin dal primo giorno da una vittoria sul limite e la precarietà che avrebbero potuto farla soccombere, una riflessione si insinua lasciando in sospeso un interrogativo pesante: “Ho riflettuto su cosa possa spingere qualcuno ad abbandonare un neonato e non ho trovato risposta” scrive. E in effetti non sembra possibile avventurarsi nei meandri dell’agire umano, a volte inconsulto, istintivo, attanagliato da drammatiche alienazioni, gravissimi squilibri. Impossibile entrare nel vertiginoso mistero del male che può spingere a gesti orrendi, di depravazione e disumanità.

Non può sfuggire, invece, il fatto che il pensiero corrente, la mentalità comune, siano intrisi di ambiguità e menzogna riguardo al valore incommensurabile dell’essere umano e che il clima culturale in cui siamo immersi non faciliti la percezione che l’uomo, anche quello più fragile, apparentemente inconsistente come un microscopico embrione, sia da difendere e tutelare con ogni mezzo e con il supporto della società e delle istituzioni.

Le donne sono spesso sole ad affrontare situazioni drammatiche, segnate da abbandoni, povertà, disagio sociale e culturale, poco sostenute e accompagnate a recuperare consapevolezza nelle loro scelte, assoggettate ai comportamenti più sbrigativi e diffusi. Quante donne che si presentano negli ambulatori per un certificato di aborto vengono aiutate a chiarire il senso reale della loro decisione?

Sono rari i casi in cui trovano la possibilità di un percorso alternativo all’interruzione della gravidanza, ambiti nei quali, per esempio, vengono informate e sostenute inserendosi nel percorso previsto dalla legge “Madre segreta”, che consente alla donna di partorire nel più totale anonimato, di non riconoscere il bambino e di lasciarlo all’ospedale in previsione dell’adozione.

Quando oltre i muri di silenzio e di indifferenza che le circondano incontrano qualcuno che allarga l’orizzonte del loro sguardo, aprendo l’interrogativo sul destino del loro bambino, a volte accade un risveglio della loro umanità e della loro libertà; accade la possibilità di partorire un figlio e di affidarlo, pur con dolore, ad altre braccia amorevoli.

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