Il viaggio di Phoenix su Marte alla ricerca di forme di vita

Rispetto alle precedenti sonde, questa ha un braccio robotico capace di scavare fino a mezzo metro, una profondità mai raggiunta prima, che aumenta considerevolmente le possibilità di trovare qualche forma di vita

27.05.2008 - Paolo Musso
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L’altra notte (1,38 ora italiana), dopo un viaggio di quasi 10 mesi e di oltre 680 milioni di chilometri, è atterrata felicemente su Marte la sonda Phoenix Mars Lander, lanciata dalla NASA il 4 agosto 2007. Progettata dall’Università dell’Arizona insieme a diversi altri enti di ricerca spaziali americani, la sonda era in realtà già pronta per il lancio nel 2001, ma la missione venne rinviata a seguito della perdita del Mars Polar Lander. Si tratta della sesta sonda che atterra con successo sul pianeta rosso.
Come già le altre sonde marziane, Phoenix è alimentata da pannelli solari ed è equipaggiata con una fotocamera ad alta risoluzione, un braccio robotico e diversi apparecchi per esperimenti, parte di tipo meteorologico e parte rivolti a determinare la presenza di eventuali forme di vita. Rispetto alle precedenti missioni, va sottolineata in particolare la capacità del braccio robotico di scavare fino a mezzo metro, una profondità mai raggiunta prima, che aumenta considerevolmente le possibilità di trovare qualche forma di vita, dato che, se ve ne sono, è assai probabile che si siano rifugiate lontano dalla superficie, le cui attuali condizioni sono estremamente ostili alla vita.
La vera particolarità di Phoenix, comunque, sta soprattutto nella zona in cui dovrà operare. Infatti è stata scelta un’ampia pianura (denominata convenzionalmente Green Valley) in prossimità del polo nord marziano. La ragione è che qui dovrebbe trovarsi un’elevata concentrazione di acqua ghiacciata, meno abbondante di quella contenuta nelle due calotte polari, ma che, a differenza di queste ultime, dovrebbe sciogliersi periodicamente, sia pure per brevi periodi, quando Marte (che attualmente sta attraversando un’era glaciale analoga a quelle che abbiamo avuto anche sulla Terra), a causa della oscillazione del suo asse di rotazione, si trova a passare (circa ogni 50.000 anni) per una fase più temperata.
Poiché ormai conosciamo bene l’incredibile resistenza di certi tipi di batteri, non è impossibile che, ammesso che su Marte sia un tempo esistita la vita, qualche semplice forma, appunto di tipo batterico (o del suo equivalente marziano), possa essere sopravvissuta in uno stato quiescente (ibernato, disidratato o simili) e si risvegli periodicamente quando l’acqua torna a rendersi disponibile in forma liquida. È chiaro che in linea di principio qualche batterio potrebbe essere sopravvissuto in tale stato quiescente anche in zone dove l’acqua non è più presente, tuttavia in tal caso dovrebbe avere resistito per milioni o forse addirittura miliardi di anni, il che è di gran lunga meno probabile che i “soli” 50.000 che gli sarebbero invece necessari nella zona della Green Valley per trovare di nuovo acqua e cibo e quindi per potersi riprodurre, per poi tornare a dormire fino al prossimo giro.
Benché gli esperimenti biologici siano, come sempre, quelli che più colpiscono la nostra immaginazione, non va tuttavia sottovalutata l’importanza di quelli meteorologici, anch’essi basati in particolare sullo studio del ghiaccio fossile della zona, e che peraltro hanno anche un risvolto di tipo bioastronomico. Aiutandoci a capire meglio l’evoluzione del clima marziano, infatti ci permetteranno anche di valutare meglio le condizioni in cui la vita su Marte potrebbe essere esistita ed eventualmente sopravvissuta fino ad oggi, e quindi a calibrare meglio gli esperimenti delle future missioni.

(Foto: Ansa)


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