Laicità, “processo di argomentazione sensibile alla verità”

- Stefano Alberto

Occorre ripensare in termini nuovi la nozione stessa di laicità dello Stato e riconsiderare in termini più obiettivi e aperti di quanto spesso non accada nel dibattito attuale le sue relazioni con quella presenza originale nella vita del mondo che è la Chiesa

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E’ più che mai valida la tesi, formulata nell’ormai lontano 1967, dal grande giurista tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde secondo cui “lo Stato liberale e secolarizzato si nutre di premesse normative che da solo non può garantire”. Lo stesso studioso ha più di recente osservato che “i processi di globalizzazione, europeizzazione e individualizzazione, rodendo le basi politiche della modernità,…rischiano seriamente di innescare una crisi irreversibile della nozione stessa di autonomia politica”. Di fronte a questa crisi occorre ripensare in termini nuovi la nozione stessa di laicità dello Stato e riconsiderare in termini più obiettivi e aperti di quanto spesso non accada nel dibattito attuale le sue relazioni con quella presenza originale nella vita del mondo che è la Chiesa.
Molti ormai avvertono i limiti di una visione che in fondo resta debitrice di quella che Paolo Grossi ha definito la “riduzione del paesaggio giuridico moderno” a due soggetti: da una lato il macro-soggetto politico, lo stato, dall’altro il micro-soggetto privato, l’individuo. Si rende sempre più evidente così quel singolare paradosso, osservato dal card. Scola, di una crescente contrapposizione tra questi soggetti: “da una parte i singoli individui che godono di una gamma crescente e indefinita di diritti nei confronti dello Stato che è chiamato, dall’altra parte, a garantirli legiferando prolissamente su ogni materia” (cfr. Una nuova laicità, p.33).

Nella mai pronunciata allocuzione alla Sapienza Benedetto XVI ha ripreso la visione di Jürgen Habermas sul duplice fondamento di una carta costituzionale quale presupposto della legalità: la partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e la “forma ragionevole” in cui i contrasti politici vengono risolti. Questa “ragionevolezza” non può ridursi a una “lotta per le maggioranze aritmetiche” in una democrazia, ma deve caratterizzarsi come “processo di argomentazione sensibile alla verità”. Percorso assai arduo nella pratica, spesso sopraffatto dalla “sensibilità per gli interessi” individuali o collettivi, proprio a partire da una visione del diritto esclusivamente come potere e della conseguente riduzione della democrazia, non più considerata quale ordinamento, ma a un insieme di procedure e a utilitaristico bilanciamento di interessi attraverso la legge. Con la domanda “come si individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo?” Benedetto XVI si dimostra fiducioso sulla possibilità di recuperare la dimensione conoscitiva (veritativa) nel tentativo continuo di dare giusta forma alla libertà umana, che è sempre “libertà nella comunione reciproca” all’interno della comunità politica. Appare pertanto riduttiva una concezione di laicità esclusivamente e formalisticamente riferita alla legalità, separata dalla esigenza originale di giustizia che è costitutiva dell’”esperienza elementare” (così Giussani) di ogni uomo, da quel “comune senso di giustizia, basato primariamente sulla solidarietà tra i membri della società”, il cui frutto sono i diritti umani “validi per tutti i tempi e per tutti i popoli” (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’ONU).
Emerge in positivo una concezione di laicità dunque che vede lo Stato non come istanza potestativa assoluta, ma come istituzione regolativa (cioè di tutela e promozione secondo i principi di sussidiarietà e solidarietà) della complessità originale della comunità politica e sociale che, a sua volta, ha il suo fondamento nella singola persona, nella sua duplice polarità di irriducibile identità e originale relazione, da cui scaturiscono non solo diritti, ma anche doveri nel perseguimento del bene comune. Si apre così lo spazio educativo e la possibilità del confronto per quella “cultura della responsabilità”, di cui parlò don Giussani ad Assago nel 1987, che “deve mantenere vivo quel desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori: il rapporto con l’infinito”.

In questo senso la presenza originale della Chiesa, la sua dimensione e valenza anche pubblica, attraverso la distinzione e l’autonomia reciproca dallo Stato (la novità sostanziale portata da Cristo stesso nel rapporto con il potere, tra ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare, cfr. Mt 22,21) offre l’instancabile contributo a quel dialogo (che suppone il reciproco riconoscimento) visto da Benedetto XVI “quale mezzo mediante il quale le varie componenti della società possono articolare il proprio punto di vista e costruire il consenso attorno alla verità riguardante valori e obiettivi particolari” (Discorso all’ONU). Così la effettiva “libertas Ecclesiae” risulta essere, oltre che più sicura garanzia per la libertà di ogni persona e formazione sociale, anche criterio di verifica più immediato e significativo di una reale dinamica di giustizia nel rapporto tra la persona, la società e lo Stato.
La Chiesa non è, e non intende essere un agente politico, non rivendicando nessun privilegio in tal senso e affidando ai fedeli laici il compito di agire per costruire in tale ambito, sotto propria responsabilità, un giusto ordine nella società. Nella missione della Chiesa, che ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la novità della fede cristiana viene proposta, mai imposta, quale contributo, lo ricorda Benedetto XVI in “Deus caritas est” n.28, “alla purificazione della ragione”, recando il proprio aiuto “per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato”.



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