CULTURA/ L’ultimo libro di Cormac McCarthy: in poche parole, la possibilità della salvezza

- La Redazione

Un nero e un bianco dialogano in una stanza, dopo che l’uno ha salvato l’altro dal suicidio: questo il contenuto essenziale di Sunset Limited, l’ultimo libro di Cormac McCarthy appena uscito in Italia per la casa editrice Einuadi. Lo scrittore americano è stato vincitore, con il romanzo La Strada, del Premio Pulitzer per la letteratura nel 2007

cormac-mccarthy_FN1

«Tutto ciò che non riguarda la vita o la morte non è interessante». Parola di Cormac McCarthy. E leggendo il suo ultimo Sunset Limited c’è da credergli, che non gli interessi null’altro che la vita e la morte. Vita e morte come dato, ma anche come scelta: un dato che diviene coscienza e che quindi chiede un’adesione, un’opzione basata su un significato (o su un non-significato).
È un percorso verso l’essenzialità, quello di McCarthy.
Non è un paese per vecchi segnava già, rispetto al passato narrativo-avvenutoroso della “trilogia della frontiera” (Cavalli selvaggi-Oltre il confine-Città della pianura), una potente ricerca di sintesi, un’affermazione di semplicità ed essenzialità esistenziale, rappresentata dalla granitica imponenza umana dello sceriffo Ed Tom Bell. Che è forse uno sconfitto (ma è lui sconfitto dal mondo, o è il mondo, che va in un’altra direzione, ad essere il vero sconfitto?); ma, se anche fosse, è comunque uno sconfitto a testa alta. Perché è dalla parte giusta, quella parte che ha avuto in eredità e di cui vorrebbe fare erede un mondo che invece non ne vuole sapere.
Poi arriva l’essenzialità totale, assoluta della Strada: un padre, un figlio, un passato che è tragedia definitiva e un futuro che sembra il nulla; la strada, la ricerca del Sud, il fuoco da portare con sé e mantenere in vita; le parole, poche, scarne, e le domande, tante e grandiose. E su tutto una sola verità: un figlio, che è tutto per un padre che non ha più nulla; e un padre, che è tutto per un figlio che non ha mai avuto nulla. Ma il significato presente in quel padre e in quel figlio è appunto il tutto, che salva loro e il nulla che li circonda.
Un significato presente, che chiede di essere riconosciuto, è anche il protagonista nascosto di Sunset Limited. La scarnificazione della realtà narrata è qui totale: non c’è narrazione, solo parole; non c’è nemmeno “drama”, perché non c’è azione; ci sono solo due personaggi, il minimo assoluto per fare un dialogo; ci sono pochissimi oggetti, tutti essenziali, e in particolar modo quelli in rilievo sul tavolo: una Bibbia, e un giornale. La sapienza eterna, e la sapienza effimera. Che è la rispettiva sapienza dei due personaggi, semplicemente identificati come “un nero” e “un bianco”. Il nero, l’uomo dalla sapienza eterna, salva dal suicidio il bianco, l’uomo dalla sapienza effimera, il quale stava per gettarsi sotto un treno, il Sunset Limited che dà il titolo all’opera; e vorrebbe poi salvarlo una seconda volta, con la salvezza vera, quella del significato che si fa presente. E il libro è la storia di questo tentativo.
Il nero è un mistico, colui cioè che ha avuto l’esperienza diretta e sensibile del mistero, e vive nella memoria di quell’avvenimento; e come tutti i grandi mistici soffre acutamente della presenza-assenza, del silenzio di quel mistero che ha parlato, e che non parla più. O almeno non più in quel modo. Il bianco è un professore, un uomo che ha imposto alla realtà un significato illusorio, e che vive la tragica sconfitta di questa illusione. Ha capito che quell’illusione era nulla, e ora accusa la realtà di essere nulla. In mezzo c’è il significato: quel significato che ha parlato, per tutti, con la Bibbia; quel significato che, per scelta particolare, una volta ha parlato personalmente al nero; quel significato che si gioca tutto nell’ipotesi della presenza in quella stanza in cui il nero e il bianco parlano.
Quel significato che ha un nome ben preciso: Gesù.
Che si affaccia timidamente già nelle prime battute:

BIANCO: Lei pensa davvero che in questa stanza ci sia Gesù?
NERO: No. Non lo penso.
BIANCO: Ah no?
NERO: Lo so che c’è Gesù in questa stanza.

Che ritorna poi più chiaramente:

NERO: […] Direi che la cosa di cui stiamo parlando è sì Gesù, ma Gesù inteso come quell’oro in fondo alla miniera. Lui non poteva scendere sulla terra e prendere la forma di un uomo se quella forma non era fatta apposta per ospitarlo. E se dico che non c’è verso che Gesù sia un uomo senza che un uomo sia Gesù, mi sa che la sparo grossa l’eresia. Ma pazienza. Non è mai grossa come dire che un uomo non è tanto diverso da un sasso; perché secondo me, in pratica, è così che la vedi tu.

Che afferma infine, attraverso le parole del nero, il proprio desiderio di rendersi presente:

NERO: Metti che Gesù ti parlasse, tu che fai?
BIANCO: Perché? Pensa che mi potrebbe parlare?
NERO: No, non credo. Ma io che ne so?
BIANCO: Non sono abbastanza virtuoso
NERO: No, professore. Non c’entra niente. Non si tratta di essere virtuosi. Si tratta di stare zitti. Non è che posso mettermi nei panni del Signore, ma l’esperienza mi porta a credere che lui parla a quelli che lo ascoltano. E non c’entra un accidente se sono virtuosi o no.

Da ultimo, in senso personale, c’è l’opzione: tra ascoltare quel che Gesù ha da dire, o prendere un «biglietto di sola andata per il Sunset Limited», il treno che ha come capolinea l’orizzonte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori