COMUNISMO/ Romano Scalfi: vi racconto la resistenza della Chiesa clandestina in URSS

Padre ROMANO SCALFI, presidente della Fondazione Russia Cristiana ripercorre i momenti più difficili per la cristianità russa sotto l’impero sovietico. Con una frase profetica di Dostoevskij

23.11.2009 - Romano Scalfi
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Oggi è alla portata di tutti, in Russia come da noi, conoscere le vicende della persecuzione contro la Chiesa e la fede nell’Urss ad opera del comunismo sovietico; sempre che si sia interessati all’argomento.

Non si può dire altrettanto dell’attività della Chiesa clandestina, di cui si sapeva poco e molto confusamente. L’impressione generale era che si trattasse di un fenomeno di poca rilevanza. A sfatare questa opinione è uscito recentemente a Mosca il libro di Aleksej Beglov, membro dell’Accademia delle Scienze, noto studioso del fenomeno religioso che ha il merito di aver attinto largamente ai documenti segreti del Soviet per gli affari della religione.

Dal suo testo risulta che la Chiesa ortodossa russa, così ricca di martiri, non ha accettato passivamente la persecuzione, ma è stata molto feconda nell’inventare metodi sempre nuovi per conservare la fede.

I primi “monasteri domestici” nascono già nel 1920 e si diffondono sempre più con la progressiva chiusura dei monasteri da parte dei comunisti. In un primo tempo i monaci scacciati dalle loro sedi trovano ospitalità singolarmente in famiglie private, ma ben presto, per ricomporre la comunità monastica cercano di sistemarsi in gruppi da tre fino a venti persone. Ogni monaco svolge un lavoro nella società civile a seconda delle proprie attitudini, e alla sera si ricompone la vita claustrale. I monasteri domestici, almeno inizialmente, fanno di tutto per conservare stretti rapporti con i superiori dell’ex monastero, ma con l’intensificarsi della persecuzione i legami si indeboliscono fino al punto che la maggioranza dei monasteri domestici è costretta a gestirsi autonomamente.

Prima dell’ottobre 1917 monaci e monache erano 94.477. Nella prima metà degli anni 1920 i monasteri domestici raccolgono circa 30.000 persone; soprattutto la parte occidentale del paese è coperta da una rete di monasteri clandestini.

 

Contemporaneamente ai monasteri domestici nascono delle comunità catacombali, che non provengono da monasteri preesistenti ma sono formate da giovani preoccupati di vivere seriamente la propria vita spirituale. Del resto in questo periodo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, con l’incalzare della persecuzione crescono le vocazioni monastiche e sacerdotali. Nello stesso tempo si registra il ritorno alla Chiesa di diversi intellettuali, prima affascinati e poi delusi dall’utopismo leninista.

Le comunità catacombali giovanili sono meno legate alla regola monastica e più disposte al lavoro pastorale nelle parrocchie (là dove la chiesa è aperta) o in sostituzione della parrocchia quando la chiesa è stata chiusa. Le più famose sono le comunità illegali di Leningrado, promosse dal metropolita Veniamin Kazanskij, in seguito fucilato (1873-1922), e la comunità di Mosca guidata dall’arcivescovo Varfolomej Remov (1888-1935) passato poi alla Chiesa cattolica e pure lui fucilato. Nel 1930 la comunità arriva a contare 200 membri, impegnati per lo più nella parrocchia di San Pietro; alcuni vescovi sostengono clandestinamente le comunità illegali in varie città: Petr Ladygin (a Orenburg), Filipp Gumilevskij e Pitirim Krylov (a Mosca), Aleksandr Trapicyn (a Samara), Arsenij, Stadnickij (a Taskent). In base ai dati si può affermare che l’episcopato ufficiale negli anni 1920-1930 non solo giudicava positivamente la clandestinità cristiana, ma, nei limiti del possibile, la sosteneva anche. La cattedra patriarcale era certamente al corrente del rapporto dei vescovi con le comunità clandestine e lo approvava.

 

 

Un altro settore della vita clandestina della Chiesa sono “le parrocchie non registrate”. Al primo settembre 1936 nella Repubblica russa le chiese chiuse sono il 64,4 % del totale, in Ucraina il 90 %, in Bielorussia l’89,1 %. Per questo, dal 1930 in poi, in seguito alla chiusura di moltissime chiese, la fondazione di parrocchie clandestine diventa una faccenda normale: quando una chiesa viene chiusa e la comunità parrocchiale smembrata, i fedeli rimasti continuano a radunarsi in preghiera nelle case private, oppure all’aperto. Se è presente un sacerdote (anche clandestino), amministra i sacramenti, altrimenti a dirigere la comunità può essere un diacono, una monaca o un semplice fedele.

Nel 1916 le parrocchie ortodosse in Russia erano 35.825, nel 1939 quelle legali sono ridotte a 100, mentre quelle illegali sono 4.153. Nell’anno 1937 il Soviet per gli affari religiosi è costretto a constatare che: “I credenti di fede ortodossa hanno incominciato a riunirsi per conversare, leggere libri religiosi, soprattutto dove sono state chiuse le chiese”.

Anche nella vita clandestina non tutto funziona al meglio. La mancanza di un’autorità centrale effettiva che possa garantire l’unità pur nella varietà delle sue espressioni lascia alle comunità un’autonomia che in certi casi finisce per essere in contrasto con la dottrina della Chiesa.

 

 

Nel 1944 il partito decide di mandare al confino nelle estreme regioni orientale 1.500 membri della Chiesa dei “veri cristiani ortodossi”. Appartengono a un gruppo staccatosi dalla Chiesa ufficiale perché compromessa con il regime comunista considerato l’incarnazione dell’Anticristo. Predicano l’imminente fine del mondo ed arrivano a dichiarare la Chiesa ortodossa ufficiale serva dell’Anticristo. Partendo da questa posizione esasperata sentono il dovere di boicottare tutte le iniziative del governo. Per loro è opera dell’Anticristo andare a votare, avere il passaporto sovietico, ascoltare la radio, andare al cinema, pagare le tasse e perfino frequentale le chiese legalizzate dal governo.

Il fondamentalismo è sempre segnato, in tutte le correnti e in tutte le ideologie, dall’ossessione di dover innanzitutto condannare il nemico, addossare a lui ogni colpa per autogiustificarsi con maggior facilità; tende a esaurirsi nella protesta illudendosi che qui si manifesti la vera creatività dell’uomo. In questo senso i “veri cristiani ortodossi” non si rendono conto di avere molto in comune con gli ideologi del comunismo, dei quali acutamente aveva profetizzato Dostoevskij: «Arditi nella denuncia, eunuchi nella creatività. Sono capaci di distruggere il mondo, ma incapaci di costruire una catapecchia».

Anche nel ricco alveo della clandestinità cristiana in Russia, dunque, chi ha ceduto all’esasperata condanna del nemico ha finito per vanificare le migliori intenzioni, condannando se stesso alla sterilità.

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