ASINO BIGIO/ Giosuè Carducci: poesia “Davanti San Guido” da “Rime Nuove”

- La Redazione

L’articolo di Giorgio Vittadini apparso in primo piano su ilsussidiario.net di oggi, martedì 24 novembre 2009 si chiude con la figura dell’“asino bigio”. Ecco la poesia dalla quale è tratta

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L’articolo di Giorgio Vittadini apparso in primo piano su ilsussidiario.net di oggi, martedì 24 novembre 2009 si chiude con la figura dell’“asino bigio”. Ecco la poesia dalla quale è ripresa quest’immagine. Si tratta del componimento inserito nella raccolta “Rime Nuove” (1861-1887), numero LXX, intitolato “Davanti san Guido”. L’asino bigio appare alla fine della poesia, divenendo per antonomasia simbolo dell’indifferenza di fronte al progresso (da intendersi sia in senso positivo sia negativo) a differenza dei puledri (“polledri”) che inseguono con entusiasmo la locomotiva sulla quale viaggia il poeta.

 

 

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti

Van da San Guido in duplice filar,

Quasi in corsa giganti giovinetti

Mi balzarono incontro e mi guardâr.

 

Mi riconobbero, e – Ben torni omai –

Bisbigliaron vèr me co ‘l capo chino –

Perché non scendi? perché non ristai?

Fresca è la sera e a te noto il cammino.

 

Oh sièditi a le nostre ombre odorate

Ove soffia dal mare il maestrale:

Ira non ti serbiam de le sassate

Tue d’una volta: oh, non facean già male!

 

Nidi portiamo ancor di rusignoli:

Deh perché fuggi rapido così

Le passere la sera intreccian voli

A noi d’intorno ancora. Oh resta qui!

 

Bei cipressetti, cipressetti miei,

Fedeli amici d’un tempo migliore,

Oh di che cuor con voi mi resterei –

Guardando io rispondeva – oh di che cuore!

 

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ire:

Or non è più quel tempo e quell’età.

Se voi sapeste!… via, non fo per dire,

Ma oggi sono una celebrità.

 

 

E so legger di greco e di latino,

E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù;

Non son più, cipressetti, un birichino,

E sassi in specie non ne tiro più.

 

E massime a le piante. – Un mormorio

Pe’ dubitanti vertici ondeggiò,

E il dì cadente con un ghigno pio

Tra i verdi cupi roseo brillò.

 

Intesi allora che i cipressi e il sole

Una gentil pietade avean di me,

E presto il mormorio si fe’ parole:

Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se’.

 

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse

Che rapisce de gli uomini i sospir,

Come dentro al tuo petto eterne risse

Ardon che tu né sai né puoi lenir.

 

A le querce ed a noi qui puoi contare

L’umana tua tristezza e il vostro duol;

Vedi come pacato e azzurro è il mare,

Come ridente a lui discende il sol!

 

E come questo occaso è pien di voli,

Com’è allegro de’ passeri il garrire!

A notte canteranno i rusignoli:

Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

 

I rei fantasmi che da’ fondi neri

De i cuor vostri battuti dal pensier

Guizzan come da i vostri cimiteri

Putride fiamme innanzi al passegger.

 

 

 

 

 

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,

Che de le grandi querce a l’ombra stan

Ammusando i cavalli e intorno intorno

Tutto è silenzio ne l’ardente pian,

 

Ti canteremo noi cipressi i cori

Che vanno eterni fra la terra e il cielo:

Da quegli olmi le ninfe usciran fuori

Te ventilando co ‘l lor bianco velo;

 

E Pan l’eterno che su l’erme alture

A quell’ora e ne i pian solingo va

Il dissidio, o mortal, de le tue cure

Ne la diva armonia sommergerà.

 

Ed io – Lontano, oltre Appennin, m’aspetta

La Tittì – rispondea -; lasciatem’ire.

È la Tittì come una passeretta,

Ma non ha penne per il suo vestire.

 

E mangia altro che bacche di cipresso;

Né io sono per anche un manzoniano

Che tiri quattro paghe per il lesso.

Addio, cipressi! addio, dolce mio piano!

 

 

Che vuoi che diciam dunque al cimitero

Dove la nonna tua sepolta sta? –

E fuggìano, e pareano un corteo nero

Che brontolando in fretta in fretta va.

 

Di cima al poggio allor, dal cimitero,

Giù de’ cipressi per la verde via,

Alta, solenne, vestita di nero

Parvemi riveder nonna Lucia:

 

La signora Lucia, da la cui bocca,

Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,

La favella toscana, ch’è sì sciocca

Nel manzonismo de gli stenterelli,

 

Canora discendea, co ‘l mesto accento

De la Versilia che nel cuor mi sta,

Come da un sirventese del trecento,

Piena di forza e di soavità.

 

O nonna, o nonna! deh com’era bella

Quand’ero bimbo! ditemela ancor,

Ditela a quest’uom savio la novella

Di lei che cerca il suo perduto amor!

 

Sette paia di scarpe ho consumate

Di tutto ferro per te ritrovare:

Sette verghe di ferro ho logorate

Per appoggiarmi nel fatale andare:

 

Sette fiasche di lacrime ho colmate,

Sette lunghi anni, di lacrime amare:

Tu dormi a le mie grida disperate,

E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

 

 

Deh come bella, o nonna, e come vera

È la novella ancor! Proprio così.

E quello che cercai mattina e sera

Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

 

Sotto questi cipressi, ove non spero,

Ove non penso di posarmi più:

Forse, nonna, è nel vostro cimitero

Tra quegli altri cipressi ermo là su.

 

Ansimando fuggìa la vaporiera

Mentr’io così piangeva entro il mio cuore;

E di polledri una leggiadra schiera

Annitrendo correa lieta al rumore.

 

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo

Rosso e turchino, non si scomodò:

Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo

E a brucar serio e lento seguitò.

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