TRACCE/ Critica della ragion stupida

- La Redazione

L’intervista alla poetessa russa Ol’ga Sedakova una delle più apprezzate in Russia, che per i suoi versi – pubblicati dagli Stati Uniti alla Cina – ha ottenuto vari riconoscimenti, tra cui il Premio Vladimir Solov’ëv nel 1998 e quello della Fondazione Solženicyn nel 2003

«La nostra civiltà? Non è ragionevole, ma razionalista: nelle cose secondarie è intelligente, ma in quelle che contano…». Dalla scoperta di Dante all’amicizia con Giovanni Paolo II, passando per Auschwitz, l’esperienza e «chi vede un pericolo in ogni verità», la grande poetessa russa ol’ga sedakova racconta perché difende «ciò che rende uomo l’uomo»

«La riduzione della ragione?». Ol’ga Sedakova pesa le parole. È un attimo, poi riprende: «Non è solo un tema attuale. È il vero problema della nostra civiltà». Docente al Dipartimento di Storia e teoria della cultura mondiale dell’Università di Mosca, la Sedakova a questo «problema» ha voluto dedicare la sua nuova opera, Apologia della ragione, tradotta in italiano da La Casa di Matriona (pp. 160, € 12). Una filosofa, ci si aspetterebbe. E invece Ol’ga Sedakova è una poetessa, una delle più apprezzate in Russia, che per i suoi versi – pubblicati dagli Stati Uniti alla Cina – ha ottenuto vari riconoscimenti, tra cui il Premio Vladimir Solov’ëv nel 1998 e quello della Fondazione Solženicyn nel 2003. La sua penna ha fatto parlare in russo i più grandi poeti e scrittori: da Dante a Rilke, da Claudel a Eliot. Ortodossa, può vantare un singolare privilegio: Giovanni Paolo II l’ha invitata più volte nei suoi appartamenti, per partecipare a quelli che chiamava «incontri solov’ëviani», delle conversazioni a tavola con un gruppetto di intellettuali da Mosca. «Con Dostoevskij, continuiamo a sperare che la bellezza salverà il mondo», le aveva augurato un giorno per salutarla. «Siamo diventati amici. Quando m’ha chiesto una mia raccolta di versi, ho pensato ad una formalità. Invece, la volta dopo m’ha detto: “Li leggo ogni giorno”. Nonostante le differenze, c’era una grande vicinanza: forse, proprio perché anche lui era un poeta».

In una civiltà in cui sembra che la ragione domini incontrastata, perché lei sente la necessità di difenderla?

La voglio difendere dalla sua riduzione a razionalità tecnica. Quella che con l’Illuminismo ha trionfato non è la vera ragione: è una ragione staccata dall’integrità della persona, che funziona come disarcionata dall’uomo e dai suoi sentimenti. La nostra non è una civiltà ragionevole, ma razionalista: nelle cose che contano è stupida, mentre è intelligente solo rispetto a ciò che è secondario.

Che cos’è la ragione nel suo senso più pieno?

Fin dall’antichità, nella tradizione greca e giudaico-cristiana, la ragione è intesa come sapienza, come sophia: non un freddo esercizio analitico, di raziocinio, ma la possibilità di entrare in un rapporto profondo con il mondo circostante e con noi stessi. È consapevole dei propri limiti e dell’esistenza della sfera del mistero.

Quindi una ragione che non si contrappone alla fede…

Tutt’altro. L’aveva capito bene Aleksandr Puškin, il grande poeta russo del XIX secolo, che proprio per un’esigenza dell’intelligenza ha rifiutato l’ateismo. Fino a scrivere: «Non ammettere l’esistenza di Dio significa essere ancora più stupidi dei popoli che ritengono che il mondo poggi su un rinoceronte». I grandi artisti, come Goethe o Pasternak, hanno sempre intuito che la ragione fosse qualcosa di più ampio di questa riduzione.

E lei come l’ha scoperto?

In università, dove ho incontrato Sergej Averincev. Filosofo e teologo, traduttore e poeta, era un grande umanista (a lui è dedicato l’ultimo capitolo di Apologia della ragione; ndr). Ma soprattutto per me è stato un maestro e un amico, fino alla morte nel 2004. Alle sue lezioni di Estetica bizantina veniva mezza Mosca. Noi giovani artisti combattevamo l’intelletto, pensando che soffocasse il sentimento: con lui, invece, abbiamo capito che in realtà non sapevamo di che si trattasse. Presentando un poeta contemporaneo o un Padre della Chiesa, Averincev partiva sempre da un’idea di ragione per noi nuova: una ragione integrale, legata al cuore della persona come nella Bibbia. È stato il primo a riabilitare ai nostri occhi la ragione: non in astratto, ma facendoci toccare con mano come funziona.

Che valore ha, oggi, questa battaglia?

Da lì dipende la nostra civiltà, che ha paura di qualunque certezza. Ne ho parlato tempo fa con il cardinale Christoph Schönborn, l’arcivescovo di Vienna: quando a scuola studiavamo la disputa tra Socrate e i sofisti, la classe tifava per il primo. Oggi, invece, i saggi sarebbero i sofisti. Noi moderni abbiamo ucciso Socrate per la seconda volta. E questo indica che c’è un problema innanzitutto educativo.

Cosa intende?

 

È un’emergenza, con cui mi scontro ogni giorno in aula. Una volta ho spiegato un passo in cui Puškin augura alla sua donna: «Io vi ho amato così sinceramente, così teneramente / come Dio vi conceda di essere amata da un altro». Dei ragazzi alzano la mano: «È ironico, vero?». Nessuno poteva credere che esista un rapporto così puro. In un’altra lezione, abbiamo letto dei versi in cui Puškin si paragona a un gondoliere di Venezia e conclude: «Canto per svago, come lui, senza echi…». Ho chiesto: «A chi è mai capitato di fare qualcosa né per i soldi né per il potere, senza un ritorno?». Su trenta, ha risposto solo una studentessa. Negli altri, di nuovo la stessa incredulità cinica. Come se nessuno credesse più nell’amore, o nell’amicizia. Insieme alla ragione, si riducono anche i valori. E resta solo l’utilitarismo, dove la poesia non può trovare spazio.

 

 

Puškin, Dante, Goethe, Pasternak… Per quale motivo ha scelto di dialogare, nel suo libro, proprio con dei poeti?

 

Perché con loro si può parlare delle cose fondamentali della vita: la libertà, il significato, la volontà, il cuore… Ai contemporanei, invece, spesso non interessano. Per questo ho sempre sentito vicino uno come Dante, anche se la cultura sovietica lo faceva passare per un pezzo da museo. Quando all’università ho letto la Commedia in russo, intuivo che c’era di più. Così da un rigattiere ho comprato sottobanco un’edizione italiana e ho studiato la lingua: nella voce viva di Dante, ho scoperto una sensibilità che mi era familiare.

 

 

Non le sembra paradossale che sia una poetessa, e non una filosofa, a lottare per difendere la ragione?

 

Molti si stupiscono, pensando che la poesia appartenga alla sfera dell’irrazionale. Ma proprio i grandi poeti difendono la ragione, l’«intelligenza nova» di cui parla Dante. La contrapposizione tra ragione e cuore è nata solo dopo che la ragione è stata separata dalla pienezza della vita umana: così, s’è identificata la prima con un freddo principio analitico e il secondo con le pure emozioni. Ma un cuore senza ragione vede solo fantasmi.

 

 

Esempi?

 

Pensi all’arte contemporanea, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: performances con l’immondizia, incubi, opere piene di panico… Ho l’impressione che la cultura occidentale sia in preda al sonno della ragione. La banalità regna ovunque. Pensi che al prestigioso Poesiefestival di Berlino, dove sono stata quest’estate, solo tre poeti impiegavano ancora parole nei loro componimenti: tutti gli altri soffiavano nel microfono, usavano il sintetizzatore, facevano rumori o saltavano.

 

 

La morte della ragione trascina con sé anche il linguaggio, come se non ci fosse più un’esperienza da esprimere…

 

Per me è stato un segnale tremendo: al posto delle parole, restano suoni vuoti. Non basta vivere qualcosa per averne esperienza: i miei studenti possono sedersi e ascoltarmi, ma non è ancora esperienza. Dipende da come ti poni: devi esserci, con tutto te stesso. L’esperienza è un darsi senza riserve, non puoi capire qualcosa standotene in disparte. È un’altra illusione della ragione moderna: pretendere di conoscere qualcosa senza parteciparvi. In Russia lo vediamo bene: con tutto quello che abbiamo vissuto sotto il regime, non abbiamo ancora capito cosa ci è successo.
Come s’è arrivati a tanto? Come ne siamo usciti? L’abbiamo provato sulla nostra pelle, ma non è ancora un’esperienza.

 

 

Alla consegna del Premio Solženicyn, ha parlato della «necessità di una liberazione interiore».

 

Come ha detto anni fa il metropolita Antonij di Surož: «Dopo la nostra esperienza, abbiamo qualcosa da dire al mondo». Altro che l’impossibilità della poesia dopo Auschwitz! Ma questa possibilità sarà solo per chi in questo «noi» potrà dire «io»: non io come vittima della storia, ma io con un nome e un cognome, io personalmente.

 

 

Le rivoluzioni e le tragedie del Novecento hanno mostrato a cosa porta questa ragione diventata irragionevole. Oggi quale rischio vede?

 

Dobbiamo affrontare una nuova ideologia, più inafferrabile ma non meno totalitaria. Non so quanti se ne rendano conto, non si tratta semplicemente del consumismo. L’uomo, traumatizzato dalle vicende del Novecento, vede un pericolo in ogni verità. Si trincera in un mondo costruito a sua misura, dove non può trovare posto il miracolo, il soprannaturale, ciò che non è logico.

 

 

È una realtà interamente artefatta…

 

Ma ha le gambe corte: qualcuno può vivere senza una certezza da affermare?

 

(Fabrizio Rossi – tratto da tracce.it)

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