TEATRO/ Da Sofocle a Shakespeare, spettatori di un solo grande segreto

- Franco Palmieri

FRANCO PALMIERI racconta le origini del teatro moderno e del teatro antico osservando come i “fondatori” della drammaturgia occidentale non facciano altro che accompagnare gli uomini nel cammino interiore delle proprie domande

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Chi è là?

Tre semplici paroline, nate ai primi del ‘600 sulle rive del Tamigi dalla penna del più grande drammaturgo mai esistito, descrivono il compito della scena e la funzione del luogo deputato al dramma che è mostrare l’invisibile, renderlo visibile, sperimentabile e vicino a noi. Shakespeare pone come incipit del suo Amleto una battuta che è profezia, pietra e chiave di comprensione del fondamento del teatro. Lui sa che la scena è un’area di servizio nel lungo cammino dell’uomo, un’oasi in cui l’ineliminabile esigenza di guardare attraverso le parole trova una risposta. Anzi trova una forma, si forma e si organizza in un linguaggio poetico e popolare, comprensibile a tutti. “Chi è là?” è la domanda che apre l’Amleto, descrivendo ogni dramma che si incarna sul palco. Che cosa c’è lì adesso? Chi è lì, ora, davanti a me? Cosa sta accadendo qui? Cosa vedono i miei occhi? E le mie orecchie cosa sentono? Chi c’è là? Sul palco si vede apparire qualcuno che solo un istante prima non c’era e sembra di scorgere nel buio uno straniero che pare conosciuto.

Non c’è altro da aggiungere.

È dal termine greco theaomai che nasce la parola teatro e il suo significato letterale è guardare. Da questo verbo arcaico si ricava anche l’azione fondamentale dell’attore che è guardare, appunto, e si deduce anche quella dello spettatore, che è assolutamente la stessa. Assistere ad uno spettacolo o recitarlo è semplice come il  gioco di un bambino. E per comprendere le regole della scena è necessario solamente spalancare gli occhi.

Così come fecero le masse di spettatori, tra cui anche molti analfabeti, che, fin dai tempi antichi, affluivano nei grandi teatri di Atene o di Selinunte e in quelli della Roma imperiale. Si sedevano sugli spalti degli anfiteatri di Mérida, di Fiesole e di Londra. Restavano in piedi nelle piazze con i loro nasi all’insù o si organizzavano a frotte sui sagrati delle chiese, semplicemente per guardare. Guardare e basta.

 

In questi spazi si allestivano spettacoli indubbiamente privi di “effetti speciali”, con scene solite, essenziali e prive di orpelli. I costumi degli interpreti erano curati e ben confezionati, ma non erano “d’epoca”. Il pubblico assisteva sempre ad anteprime assolute nel vero senso della parola. I grandi capolavori come Medea, L’Aulularia, Edoardo IIKing Lear, non erano mai stati visti prima. Il teatro avveniva lì, in diretta, davanti agli occhi, come un atto contemporaneo, sempre. Le rappresentazioni cominciavano alla luce del giorno e terminavano prima del tramonto del sole. E sul palcoscenico dove gli attori percuotono l’aria con le loro voci, si scorgeva anche qualcosa d’altro. Insomma, dalla Grecia di Sofocle al Globe di Shakespeare, gli antichi spettatori guardavano le parole ed erano conquistati da quello che esse indicano.

Anche Eliot apre il suo capolavoro con un grido lanciato dalle donne di Canterbury: “restiamo qui”. E subito  risuona la domanda del drammaturgo inglese da cui siamo partiti. Restiamo qui, dove le parole si incarnano e di colpo spalancano tutte le dimensioni della realtà.

Il sipario che si apre richiede un corpo a corpo con le parole, svela un prodigio e in un istante fissa la regola del gioco. Non c’è alcuna protezione e nessuno schermo di vetro che scongiuri questo impatto. Lo spettatore è solo, di fronte ad una presenza misteriosa che appare attraverso le parole. È un attimo«fugace come un’ombra, breve come un sogno, veloce come un lampo che nella notte buia in un baleno rivela cielo e terra e, prima che si sia potuto dire “guarda!”, già non è più» (Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, atto I, scena 1).

 

 

La rossa tenda di velluto inizia lentamente a indietreggiare e “qualcosa” si impone e si scopre ai nostri cinque sensi. In questo lunghissimo istante crolla il muro dei pregiudizi e il velo dei preconcetti si strappa. Lì, tra il buio e la luce, tra la realtà e la finzione, tra l’adesso e l’allora, si aprono spazi immensi dove uomini e dèi combattono le loro vite e giocano storie di tutti i giorni. La tela si ritira, nascondendosi oltre il limite del proscenio, per svelare uno spazio vuoto. Una soglia in cui siamo introdotti a toccare con gli occhi realtà incorporee. Non esiste momento più emozionante al mondo di quando in sala le luci si abbassano e, in un fruscio colmo di silenzio, si apre il sipario.

E allora andiamo, andiamo a vedere “chi è là”.

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