STORIA/ Dalla Bastiglia al Muro di Berlino: le rivoluzioni che han cambiato il mondo

- La Redazione

FRANCESCO VIGNAROLI fa un parallelo, ardito ma non troppo, fra le coincidenze storiche e il significato sociale della Rivoluzione Francese e della fine del comunismo

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Durante i giorni delle celebrazioni per la caduta del muro di Berlino non ci è capitato di leggere o ascoltare alcun riferimento a un altro ’89, quello del XVIII secolo: all’anno, cioè, della rivoluzione francese. Eppure la perfetta assonanza cronologica tra la presa della Bastiglia e la caduta del muro di Berlino è una magnifica chiave d’interpretazione storica dei due secoli più tumultuosi della storia dell’umanità. Il silenzio di media e opinion makers su questa “coincidenza” temporale è una curiosa dimenticanza, o forse in qualche caso, una cosciente rimozione. Cerchiamo, invece, di cogliere alcune relazioni tra i due ’89.

La pacifica rivoluzione del 1989, non fu certo meno sconvolgente della sanguinosa sorella di due secoli prima: entrambe, infatti, modificarono radicalmente gli scenari politici, economici e sociali dell’Europa e, inevitabilmente, a cascata, del mondo intero. Ma soprattutto, ci par evidente che l’una segna il fallimento storico di un processo ideologico e politico iniziato con l’altra. La Rivoluzione Francese innescò la progressiva ascesa al potere della borghesia, cioè di quel corpo sociale accomunato dal possesso del denaro e dell’esercizio delle professioni, a scapito della classe dominante l’antico regime, legittimato dall’eredità di sangue e dal possesso della terra. Eppure sin dalla sua origine, la rivoluzione generò nel suo seno una variante radicale che mirava alla creazione di un regime, nei fatti alternativo e distruttivo non solo della società borghese, ma degli stessi fondamenti della cultura europea: la libertà in tutte le sue espressioni (pensiero, lavoro, ecc…), la dignità della persona e l’autonomia dei corpi sociali (Chiesa in primis) nei confronti dello Stato, ecc.

Questa “variante” è facilmente identificabile nell’azione politica dei Giacobini. Costoro erano mossi dall’idea della rivoluzione permanente, finalizzata non al solo passaggio di potere tra classi e alla modificazione di vecchi equilibri sociali, ma dall’utopia della creazione di una società perfetta e di un uomo “nuovo”. Dinnanzi a tale fine superiore, sin dall’inizio, nessun sacrificio fu ritenuto eccessivo: tra il luglio del 1793 e il luglio 1794 il governo rivoluzionario guidato dal loro leader, Robespierre, fece ghigliottinare migliaia di persone (si stima tra i 16 e i 35 mila), anche per il solo sospetto di attività controrivoluzionaria. Benché il governo giacobino fu di breve durata, nei duecento anni seguenti, la loro utopia permase e riemerse nelle forme più diverse e apparentemente contraddittorie, dal nazionalismo esasperato al socialismo rivoluzionario.

 

Gli ideali della rivoluzione totale e dell’uomo nuovo continuarono a sedurre milioni d’individui desiderosi di giustizia sociale, mentre disincantate élites assetate di potere compresero come la giustificazione utopica della violenza rivoluzionaria fosse il modo più rapido di ascesa politica. Di conseguenza, come non vedere nel Terrore o nel genocidio della Vandea l’archetipo ideologico degli omicidi politici, dei processi farsa, dei Gulag e Lager dei totalitarismi del XX secolo?

Il 1789 fu, benché non solo questo, l’inizio del più grande bagno di sangue della storia dell’umanità e la sede di questo mattatoio fu, perlopiù, la vecchia Europa, dall’Atlantico agli Urali. La divisione dell’Europa del secondo dopoguerra, il muro stesso, possono essere rappresentati come la spartizione del continente tra le due interpretazioni della rivoluzione del 1789, il raggiungimento di un equilibrio che sembrava ormai stabilizzato: a Occidente quella democratica e liberale, a Oriente quella utopistica e totalitaria. A nostro parere, il muro di Berlino è caduto quindi non solo sopra i regimi comunisti dell’est Europa, ma anche, e forse più significativamente, sull’archetipo di quei regimi: l’ideologia che gli esseri umani possano essere capaci di realizzare la società perfetta, quella in cui, parafrasando Eliot, nessuno avrebbe più bisogno di essere buono.

 

 

Le due date sembrano essere effettivamente una “coincidenza fatale”, messa lì apposta per mostrare i due secoli recentemente trascorsi come un’unica fase storica, l’uno intimamente connesso con l’altro. Una vera e propria categoria storiografica. Perché allora nessuno dei commentatori pare essersi accorto di tale ricorrenza? Già a metà degli anni novanta, lo storico marxista Hobsbawn fece terminare il suo celebre “Secolo breve” con il 1991, cioè con lo scioglimento formale del URSS, addirittura glissando sui fatti del ’89 (come, peraltro, su molte altri aspetti scomodi per chi ha creduto nell’utopia della società perfetta). Forse per lui come per molti intellettuali, formatisi sugli ideali rivoluzionari, che ancora continuamente ci ripropongono sotto diverse spoglie, la caduta del muro è simbolicamente troppo forte per essere guardata dal 1789.

 

(Francesco Vignaroli)

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